Idee
Senza rossetto. Questa l’indicazione arrivata alle donne per il 2 giugno 1946, quando per la prima volta poterono votare, e nessuna l’ha messo nel timore di annullare la scheda che, all’epoca, andava sigillata. Quel giorno la maggioranza degli elettori erano donne: dei 28 milioni aventi diritto andarono a votare 24.946.878 italiani (89,08 per cento), tra cui circa 13 milioni di donne, quasi un milione in più degli uomini. Si votò il referendum per scegliere tra Monarchia e Repubblica e si elessero i membri dell’Assemblea costituente, organo incaricato di scrivere la nuova Carta costituzionale, che entrerà in vigore nel 1948.
Che ottant’anni fa non bastasse il diritto di voto per sancire l’entrata in politica delle italiane fu subito chiaro: su 556 eletti all’Assemblea le “madri costituenti” furono 21, meno del 4 per cento, su 226 candidate e solo cinque intervennero materialmente nella costruzione della Costituzione. Il loro apporto fu però fondamentale per l’introduzione dei principi di cura, di parità e difesa dei diritti dei cittadini.
Il diritto di voto alle donne viene sancito il 1° febbraio 1945, ma ancora non ne viene consentita l’eleggibilità che arriverà nel marzo 1946, in occasione delle prime elezioni amministrative postbelliche, quando dalle urne uscirono le prime sei sindache donne elette in Italia.
Questo diritto non arriva dall’alto, dai partiti politici: non è una concessione, ma l’esito di una battaglia lunga decenni anche se la spallata decisiva è frutto della guerra. Non arriva dall’oggi al domani, ma entra all’interno di un sistema che per quasi cento anni era stato completamente diverso: nel 1848 lo Statuto Albertino concedeva il diritto di voto maschile per censo al 2 per cento della popolazione e quindi i Savoia lo confermano nel 1861 con l’Unità d’Italia. Nel 1882, l’età scende da 25 a 21 anni e il diritto di voto raggiunge il 7 per cento della popolazione maschile e solo nel 1912, dopo la Prima guerra mondiale, ci sarà il suffragio universale maschile che raggiunge il 23 per cento della popolazione: si vota a 30 anni e occorre aver assolto il servizio militare. Per le donne sono stilate richieste e petizioni, che però non saranno accolte.
Durante l’occupazione nazista le italiane hanno dato vita a una resistenza senza armi; una resistenza civile che ha contribuito in maniera determinante alla liberazione e questo agire lo troviamo alla base del patto fondativo della Repubblica. Ottenuto il diritto di voto si attiva un forte impegno dell’associazionismo femminile e le attiviste dell’Unione donne italiane e del Centro italiano femminile – le associazioni femminili di massa nate dai Gruppi di difesa della donna durante la Resistenza – vanno nelle case a spiegare come si vota e perché occorre farlo con l’obiettivo di formare le cittadine elettrici.
Il diritto di voto rappresenta un cambiamento epocale che sancisce il riconoscimento della donna quale soggetto politico: «Si parla del voto alla donna con sempre maggiore insistenza e naturalmente riscappa fuori il discorso della sua immaturità politica, tanto più grave – si dice – in regime di suffragio universale. A fare queste obiezioni non sono tanto gli uomini dell’Italia liberale che morì con il fascismo e che, comunque, avevano partecipato alla lotta politica, si erano fatti le ossa in un regime parlamentare, ma gli altri, quelli che uomini divennero durante la dittatura e che della democrazia ignoravano tutto e non sapevano nemmeno muoversi in un clima di libertà» commentava la giornalista Anna Garofalo, conduttrice radiofonica della trasmissione Parole di una donna, voluta dalle forze alleate e
andata in onda dal settembre 1944 agli inizi degli anni Cinquanta. Trasmissione che riconosce e racconta il desiderio di partecipazione delle donne: «Le schede che ci arrivano a casa e ci invitano a compiere il nostro dovere, hanno un’autorità silenziosa e perentoria. Le rigiriamo tra le mani e ci sembrano più preziose della tessera del pane. Stringiamo le schede come biglietti d’amore».
Un pensiero che ci porta alle immagini del film C’è ancora domani di Paola Cortellesi che nel 2023 ha raccontato una storia di emancipazione che culmina proprio nella possibilità di esprimere il proprio voto e le lunghe code, i sorrisi, le chiacchiere che il film propone sembrano prese dalle parole della giornalista Garofalo che raccontando l’appuntamento del 2 giugno scrive: «Lunghissima attesa davanti ai seggi elettorali. Sembra di essere tornati alle code per l’acqua e per i generi razionati. Abbiamo tutte nel petto un vuoto da giorni d’esame, ripassiamo mentalmente la lezione: quel simbolo, quel segno, una crocetta accanto al nome. Stringiamo le schede come biglietti d’amore». Era una conquista vera e nessuna voleva perdere la possibilità di esercitarla.
Il 24 marzo 1946 furono chiamate a dire la loro alle elezioni amministrative, dopo vent’anni dall’abolizione. Questo momento così importante è stato raccontato sulla Difesa da Claudio Baccarin.