Idee
«Dio è morto», scriveva Friedrich Nietzsche alla fine dell’Ottocento. «Dio è morto», cantavano i Nomadi negli anni Sessanta, documentando la crisi delle grandi certezze religiose. «Dio è morto, Marx è morto e neanch’io mi sento molto bene», chiosava Woody Allen (anche se pare che la citazione originale sia di Ionesco). Eppure, a distanza di decenni, Dio sembra tutt’altro che scomparso dalla sfera pubblica e soprattutto dal cuore delle persone. Anzi: nel centro stesso dell’Occidente secolarizzato riaffiora un inatteso bisogno di fede, appartenenza e spiritualità.
Nasce da questa constatazione Dio non è morto. Perché la religione è tornata a dominare il presente (Mondadori 2026, 192 pagg, 18,50 euro), l’ultimo libro del vaticanista de Il Foglio Matteo Matzuzzi: un’indagine che attraversa Europa e Stati Uniti, giovani e politica, cattolicesimo e nuove identità religiose. «Per anni abbiamo raccontato la secolarizzazione come un processo inevitabile: chiese vuote, giovani disinteressati, fede ridotta a fenomeno marginale – spiega il giornalista alla Difesa – Guardando però meglio i dati, e soprattutto certi fenomeni sociali, ci si accorge che la realtà è più complessa».
L’esempio più evidente arriva dalla Francia, dove negli ultimi anni si è registrato un numero record di battesimi tra adolescenti e adulti: «Un fatto significativo – osserva Matzuzzi – perché si tratta di giovani cresciuti senza educazione religiosa, che arrivano al battesimo dopo percorsi personali profondi».
Fenomeni simili emergono però anche nei Paesi scandinavi, tradizionalmente tra i più secolarizzati d’Europa: «Un parroco di Stoccolma una volta mi ha raccontato come molti giovani, una volta entrati in chiesa quasi per caso, si sentano all’improvviso attratti dalla bellezza degli ambienti e dal tabernacolo, dal senso di mistero che lo avvolge». Il quadro sta cambiando persino in Inghilterra, dove per la prima volta in cinquecento anni i cattolici sono vicini a superare numericamente gli anglicani.
«Non stiamo sicuramente tornando alla cristianità trionfante del passato – precisa l’autore – ma a una Chiesa di minoranza, forse più piccola ma composta da persone con un forte senso di appartenenza». Un’intuizione confermata anche da eventi come la grande partecipazione giovanile al Giubileo dell’anno scorso a Roma: «Ricordo migliaia di ragazzi recitare il rosario o cantare il Magnificat, magari seduti sulle scale di una chiesa o mangiando un gelato. Una fede forse ancora imperfetta o poco strutturata, ma concreta e radicata nell’esperienza: una bella contraddizione per chi, da oltre un secolo, si adagia sulla pigra narrazione del “tramonto inevitabile” dell’Occidente cristiano».
Un ritorno del religioso tuttavia non privo di ambiguità, con la fede che rischia infatti di diventare sempre più un elemento identitario e politico. È in parte quello a cui stiamo assistendo negli Stati Uniti di Donald Trump: «Qui il rischio è che Dio venga utilizzato come strumento di contrapposizione politica, una religione esibita per dividere più che per unire», avverte Matzuzzi. In questo contesto si inserisce anche il pontificato di Leone XIV, primo papa statunitense della storia: una figura che, secondo il giornalista, sta già cambiando gli equilibri del cattolicesimo. «Per molti anni una parte del cattolicesimo conservatore americano ha descritto Francesco come un papa antiamericano: una narrazione oggi molto più difficile da sostenere con un pontefice nato a Chicago».
Intanto l’Europa dovrà confrontarsi sempre più con la crescita dell’Islam, favorita anche dai trend demografici. «In molte scuole europee si vedono già bambini che vivono il Ramadan con grande partecipazione. C’è un senso di appartenenza forte che il cristianesimo occidentale spesso ha smarrito».
C’è poi la grande incognita della Cina: «Secondo molte stime potrebbe essere già uno dei Paesi con il maggior numero di cristiani al mondo: resta però aperta la questione della libertà religiosa». Un tema su cui si è speso molto durante il suo pontificato anche papa Francesco: nel 2018 la Santa Sede raggiunse con Pechino un difficile accordo, che però non sembra finora aver prodotto i risultati sperati.
E l’Italia? Se da una parte la presenza storica del papato continua a garantire una certa tenuta culturale del cattolicesimo, dall’altra nemmeno qui mancano i segnali di crisi: diminuzione dei praticanti e carenza di vocazioni, accorpamenti di parrocchie, liturgie guidate da laici. «Stiamo semplicemente vivendo in ritardo ciò che altri Paesi europei affrontano da anni», continua Matzuzzi.
Latitano intanto risposte efficaci: «Spesso la Chiesa italiana continua a lavorare sul breve periodo, cercando di trattenere i ragazzi fino alla cresima senza interrogarsi davvero su come ripartire». E indica l’esperienza francese come possibile modello: pellegrinaggi, vita comune, percorsi esigenti e non semplicemente ricreativi. «I giovani oggi, pur essendo iperconnessi, vivono immersi nella solitudine – conclude – Cercano qualcosa di autentico: bisogna ritrovare il coraggio di proporglielo».