Mosaico
Al YouTopic Fest di Rondine, in corso a Rondine Cittadella della pace, dedicato all’inquietudine, ieri è stata la volta di Alessandro Perugini – in arte Pera Toons – che ha portato la sua arte e il suo linguaggio semplice e diretto, capace di trasformare una battuta in uno strumento di relazione. Da autore capace di parlare a milioni di ragazzi e famiglie – ha una community di circa 7 milioni di follower complessivi tra Instagram, TikTok, YouTube e Facebook – ha raccontato il senso del suo lavoro e il rapporto con un pubblico che cerca, anche nella comicità, un modo per orientarsi nel presente. Dal suo debutto nel 2018 con ‘Chi ha ucciso Kenny?’, ha pubblicato oltre 13 libri a fumetti per ragazzi, vendendo milioni di copie. L’ultimo si intitola “Missione Risata” (2026). Pera Toons è attivo anche in televisione, con la serie animata “Prova a non ridere!”. L’incontro con i giovani a Rondine è stata un’occasione per il fumettista e content creator, di riflettere sul valore del sorriso, della leggerezza e della condivisione. Il Sir lo ha intervistato.
Alessandro Perugini o Pera Toons? Chi c’è dietro questo nome?
Ultimamente siamo entrambi insieme, si stanno unendo sia il personaggio disegnato che è Pera, sia Alessandro Perugini. Stanno cominciando a diventare un’unica cosa, prima erano un po’ più separati. Ho cominciato a disegnare la felpa rossa al mio personaggio, quindi, ora compro felpe rosse e mi vesto uguale al personaggio disegnato. Logicamente il personaggio Pera Toons è sempre basato sulla risata. Ma ogni tanto anche a me ‘girano le scatole’. Ho problemi come tutti. Dietro c’è un grafico pubblicitario perché faccio il grafico delle mie cose, sono amante della matematica, infatti provai anche ingegneria all’università. Ci stavo riuscendo, ma ci voleva troppo, quindi ho detto ‘No’ (ride). Sono un amante dei fumetti, videogiochi, tutte le cose ‘nerd’ che poi mi sono servite.
Così a un certo punto della tua vita hai deciso che il disegno e l’ironia sarebbero diventati il tuo lavoro. È stata una scelta consapevole o un percorso nato strada facendo?
La scelta è stata consapevole. Già quando facevo le medie puntavo tanto sul far ridere i miei amici e compagni, anche se non mi pagavano con i soldi (ride) ma con l’amicizia e la risata. Quella era la mia ricompensa, il mio ‘stipendio’. A quel tempo era solo un divertimento perché non pensavo che si potesse vivere di questa cosa.
Cosa è accaduto dopo?
Che con gli anni, per caso, mi sono imbattuto sui social provando ‘a fare followers’, per capire come funzionassero, per poi riproporre, come grafico, queste conoscenze ai miei clienti. Ho capito che alla gente piace ridere, soprattutto sui social, e quindi ho cominciato con le freddure, ampliando man mano i miei contenuti con altri format.
Le tue battute sono semplici, immediate e funzionano, ma come nascono? È una dote innata o ci studi sopra?
Secondo me nascono dalla faccia tosta, perché tanti si vergognano a dire freddure. Possono essere talmente leggere da apparire anche scontate. Ma non per un bambino di 6-7 anni tanto più se legate al disegno. Il mio ha uno stile minimale che mi porto dietro da quando facevo il grafico perché mi piace il minimalismo. Questo connubio disegno e battute leggere, freddure, giochi di parole hanno molto successo non solo tra il pubblico dei più piccoli – sono tanti quelli che si avvicinano alla lettura con i miei libri – ma anche tra gli adulti. Ho dei grandi alleati nelle maestre delle elementari. So che spesso fanno delle lezioni proprio sulle freddure, fanno disegnare fumetti, fanno giocare i loro alunni con la grammatica.
Quando crei, cosa nasce prima: la battuta o l’immagine?
Prima, sbagliando, nasceva l’immagine. Volevo disegnare un soggetto e da lì ci mettevo una battuta. In verità, ho imparato con gli anni che non si finisce mai di ‘impanare, come disse quello che faceva i fritti’ (ride), di imparare. Così ho capito che alla base di tutto, non solo della comicità, della creazione di contenuti, c’è la scrittura. Naturalmente ancora prima della scrittura, c’è un’idea, un input, una scintilla.
Quali sono le tue le tue fonti di ispirazione?
Fonti di ispirazione a livello fumettistico sono Lupo Alberto (fumetto creato da Silver, ndr.) e Leo Ortolani (creatore di Rat-Man, ndr.), come stile. Poi le comedy americane dai Griffin ai Simpson, ma non solo quelle a cartoni, anche telefilm. Ma chi mi ha dato ancora di più, ultimamente, sono i racconti secolari di barzellette. Una tradizione cui attingo anche se poi le rifaccio a modo mio. Per le freddure non credo di aver preso da qualcuno anche se tutti i comici ne hanno nel loro repertorio. Sul prossimo libro ce ne sarà una di cui vado molto fiero, ed è il ‘dainosauro”, l’unione tra un daino e un dinosauro. Sarà molto divertente disegnarlo. Recentemente, poi, sono stato ad un saggio di danza artistica e mi sono trovato a pensare ad un albero che fa danza, che fa un saggio di danza, anzi, ‘un faggio di danza’.
Secondo te, ridere è la stessa cosa che sorridere?
No, ma mi piacciono entrambi. Anzi, tra le due forse propendo di più verso il sorriso. Non puoi pretendere di far ridere, non ci riesci. Il sorriso invece te lo posso, diciamo così, in qualche modo garantire. Su 10 battute un sorriso te lo strappo. La risata è più difficile, non è del tutto garantita.
Ridere può essere anche un modo per evadere, per affrontare paure e domande più profonde?
La risata e il sorriso sono una parte importante della vita delle persone. Sono integratori per chi già è positivo, ma anche una medicina per molti che hanno smesso di ridere e che magari si trovano in un vortice di vita.
Abbiamo tutti bisogno di ridere e sorridere.
Sorriso e inquietudine: sono due cose opposte o si possono accostare, in qualche modo?
Se le associo a me sono la stessa cosa. Tutti i giorni sono positivamente inquieto perché sono sempre alla ricerca di qualcosa da proporre per far ridere. L’inquietudine mi ha portato ad avere tante soddisfazioni lavorative, come anche la passione, e a volte l’esagerazione quella di stare ore su un progetto, ogni giorno, per settimane senza sentirne il peso.
L’inquietudine è positiva, ed è una cosa che dovremmo avere tutti.
Purtroppo, ultimamente siamo tutti assuefatti e anestetizzati da tante cose come per esempio l’uso sregolato, smodato dei social, l’assunzione di droghe e alcol.
Che rapporto hai con i social?
Di amore e odio. Naturalmente un lavoro come il mio non può esistere senza i social. È nato tutto da Instagram ed è esploso definitivamente con YouTube. È un rapporto di amore-odio perché quando sei dentro i social ne prendi i pro e i contro. Il pro è la visibilità che ti danno, il contro è che, come utente, rischi di venire risucchiato. Quindi cerco di capire come riuscire a usarli solo per lavoro e meno da utente. Ma non è facile perché tante idee vengono anche dalle tendenze del momento; quindi, un po’ dentro ci si deve stare ma senza distrazioni.
I social possono diventare anche uno spazio comune dove, come nel mio caso, attraverso una comicità semplice, possono ritrovarsi pubblici diversi come bambini, genitori e nonni. La mia missione è far ridere.
Si parla tanto di intelligenza artificiale. La vedi più come una minaccia o come uno strumento? Un autore come te può essere ‘imitato’ da una macchina?
Uno strumento di lavoro ma anche una minaccia a livello ‘politico’, decisionale. Non temo di perdere il lavoro per l’AI, mi fa molta più paura, invece, che possano sganciare una bomba ‘in automatico’, cioè usando gli algoritmi come sta avvenendo adesso. Sicuramente ci sarà un grosso cambiamento, ci saranno tante persone che dovranno cambiare un po’ il modo di lavorare. Per le grandi corporation sicuramente sarà un business pazzesco. Bisogna vedere se, dopo il business, questi introiti maggiori verranno democraticamente redistribuiti. Per quanto mi riguarda, con l’AI si può tranquillamente fare quello che faccio io, ma sono talmente organizzato che le darò parecchio filo da torcere. È anche una questione di cuore.
Quando una cosa è fatta col cuore si vede e si sente. L’AI può copiarmi ma non sa fare le battute.
Cosa ti fa capire che il tuo lavoro ha davvero un impatto sulle persone?
L’altro giorno un bambino mi ha fatto un complimento bellissimo: mi ha detto che, dopo aver visto qualcosa di spaventoso, prima di andare a dormire aveva bisogno di guardare uno dei miei video per tranquillizzarsi e sorridere. Questa cosa mi rende felice. Penso che regalare anche solo un sorriso, moltiplicato per milioni di persone ogni giorno, non significhi salvare una vita – è esagerato dirlo – ma sicuramente aiuta a viverla meglio.