Idee
Un adulto su tre non riesce a gestire le informazioni sanitarie di base. E non parliamo di anziani: parliamo di quarantenni, cinquantenni, persone nel pieno della vita attiva. Una ricerca americana cambia il modo in cui guardiamo all’alfabetizzazione in salute.
Immaginate di uscire dall’ambulatorio con una nuova diagnosi — magari ipertensione, diabete, colesterolo alto — e una busta piena di farmaci. Il medico vi ha spiegato tutto, i foglietti illustrativi sono lì. Eppure, qualcosa non torna: il medicinale va preso a stomaco pieno o vuoto? Interagisce con quel supplemento che assumete ogni mattina? E quelle raccomandazioni sulla dieta, le ricordate davvero tutte?
Se avete avuto qualche esitazione, non siete soli. Anzi, siete in compagnia di circa un terzo degli adulti tra i 35 e i 64 anni. Non gli over 65, non i pazienti con deficit cognitivi: adulti nel senso pieno del termine, Millennials e Gen X, persone che lavorano, usano smartphone e navigano su internet ogni giorno.
A rivelare questo dato è una ricerca della Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago (pubblicata sul Journal of General Internal Medicine). Si tratta — e questo è il punto davvero sorprendente — del primo studio che valuta l’alfabetizzazione sanitaria specificamente nella fascia di mezza età, quella compresa tra i 35 e i 64 anni.
Fino a oggi, il problema era considerato quasi esclusivo degli anziani: persone con difficoltà visive, cognitive o semplicemente cresciute in un’epoca di minor scolarizzazione. Ma i ricercatori americani hanno voluto verificare se lo stesso fenomeno si presentasse anche nei più giovani. E la risposta è stata inequivocabile: sì, e in misura tutt’altro che trascurabile.
Lo studio ha coinvolto oltre 1.000 pazienti, tutti con almeno un consulto medico nell’ultimo anno o uno programmato entro i sei mesi successivi. I partecipanti sono stati sottoposti a prove concrete: leggere e comprendere il foglietto illustrativo di un farmaco, compilare un questionario medico, guardare un video in cui si simulava una visita con diagnosi di reflusso gastroesofageo e ricordarne le indicazioni, rivedere materiale sanitario scritto.
Il risultato? Il 32,5% dei partecipanti ha mostrato competenze limitate in questi compiti apparentemente elementari. Non stiamo parlando di leggere un testo scientifico complesso: stiamo parlando di capire se una compressa va assunta con o senza cibo, o se può interagire con altri farmaci già in uso.
Non è un dettaglio marginale. Queste sono esattamente le competenze necessarie per gestire in autonomia le patologie croniche che tipicamente emergono proprio in questa fase della vita: ipertensione, diabete di tipo 2, dislipidemia. Malattie che non uccidono nell’immediato, ma che richiedono una gestione quotidiana precisa, costante, attenta. Un errore nella posologia o nell’assunzione può vanificare mesi di terapia — o peggio, causare danni.
Chi mostrava le maggiori difficoltà tendeva anche ad avere più malattie croniche contemporaneamente, ad assumere un numero maggiore di farmaci e a ottenere risultati peggiori nei test cognitivi. Il quadro si completava con un profilo socioeconomico spesso caratterizzato da minore scolarizzazione, redditi più bassi e maggiore probabilità di essere disoccupati.
A questo punto sarebbe facile — e sbagliato — concludere che il problema stia nelle persone. In realtà, i ricercatori puntano il dito su un sistema di comunicazione sanitaria costruito male, pensato per chi ha già una solida formazione scientifica.
Il linguaggio dei foglietti illustrativi dei farmaci è attualmente calibrato, secondo gli autori dello studio, sul livello di comprensione di uno studente di scuola superiore. La proposta è di portarlo al livello delle scuole medie: non una semplificazione intellettualmente svilente, ma un adeguamento alla realtà di chi deve davvero usare quelle informazioni, spesso sotto stress, spesso da solo, spesso dopo una diagnosi difficile.
C’è anche un problema di comportamento medico. I professionisti della salute chiedono regolarmente ai pazienti se hanno assunto i farmaci prescritti, ma raramente indagano su come e quando. Una domanda che sembra ovvia — “lo sta prendendo a stomaco pieno come indicato?” — non viene quasi mai posta. Eppure è proprio lì, in quei dettagli operativi, che molte terapie falliscono silenziosamente.
Michael Wolf, primo autore dello studio, sintetizza il problema con una lucidità disarmante: “Si spendono miliardi per sviluppare farmaci, ma si investe molto meno nell’aiutare i pazienti a usarli correttamente. Migliorare la comprensione potrebbe migliorare significativamente i risultati e ridurre i danni”.
È una sfida che riguarda l’intero sistema sanitario, non solo i singoli pazienti o i singoli medici. Significa ripensare i moduli di consenso informato, le lettere di dimissione, le campagne di prevenzione, i siti istituzionali delle ASL. Significa chiedersi, ogni volta che si produce un testo medico destinato al pubblico: chi lo leggerà davvero? Lo capirà?
La risposta, almeno per un adulto su tre, è no. E questo, in un’epoca di medicina sempre più personalizzata e tecnologicamente avanzata, è un paradosso che non possiamo più permetterci di ignorare.