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Il 10 febbraio scorso, nel Giorno del Ricordo, ad applaudirlo in piedi insieme al Parlamento riunito in seduta comune c’era anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un tributo solenne ad Abdon Pamich, uno dei più grandi atleti della storia dello sport italiano e, allo stesso tempo, testimone vivente della vicenda degli esuli fiumani, istriani e dalmati. Nello stesso giorno Pamich è stato ospite anche di Bruno Vespa nella trasmissione Porta a Porta, mentre in tv arrivava un film dedicato alla sua vita. Segni di una rinnovata attenzione per una storia che intreccia sport, memoria e identità.
Pamich è stato ospitato a Padova lo scorso 27 marzo a Palazzo Moroni, dove ha ricevuto una targa commemorativa dalla presidente onoraria dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia-Comitato di Padova, Italia Giacca. «Ho vissuto l’infanzia in paradiso, poi il purgatorio e infine è arrivato l’inferno», ha esordito nel suo racconto, stimolato da Dario Zaccariotto, anch’egli figlio di esuli. Il paradiso è l’infanzia a Fiume, città che – ricordava il giornalista Leo Valiani – pur essendo crocevia di popoli e culture è sempre stata profondamente italiana. Da quelle terre di confine sono usciti numerosi campioni dello sport azzurro: dall’ostacolista e stilista Ottavio Missoni al pugile Nino Benvenuti, fino al pilota Mario Andretti.
Poi arrivarono la guerra, l’occupazione e l’annessione da parte della Jugoslavia: «Molti di quelli che speravano nella libertà rimasero delusi», ricorda Pamich. Anche in famiglia le tensioni si fecero subito concrete: uno zio venne arrestato e minacciato solo perché si rifiutava di collaborare con il nuovo regime. La fuga verso l’Italia avvenne quasi in silenzio. «Siamo scappati con una maglietta e dei pantaloncini per non dare nell’occhio». Era il 1947: Abdon aveva 14 anni, il fratello Giovanni uno in più; due sconosciuti li aiutarono ad attraversare il confine e diedero loro 500 lire. L’Italia però non fu subito la terra promessa: «Ci aspettava il campo profughi – racconta – Per un anno io e mio fratello vivemmo a Novara, in una caserma semidistrutta e scoperchiata, tra cimici e stenti: un vero lager. Eppure nessuno rubava o commetteva crimini: anche in quelle condizioni il nostro popolo ha mostrato solidarietà e coerenza con la nostra storia».
Fino a quando riesce a trovare lavoro a Genova e a dare un futuro alla sua famiglia. E fu lì che ebbe inizio la storia sportiva di Pamich, al quale però all’inizio piaceva anche il calcio: «Però ero timido, mi vergognavo di presentarmi ai provini. Così, sull’esempio di mio fratello, iniziai con la marcia, uno sport che si fa da soli». Nacque così una leggenda fatta di 40 titoli italiani tra le distanze 10, 20 e 50 chilometri, cinque Olimpiadi disputate – da Melbourne 1956 a Monaco 1972, dove fu portabandiera dell’Italia – con il bronzo a Roma nel 1960 e soprattutto l’oro di Tokyo nel 1964, con un distacco enorme rispetto agli altri concorrenti.
Dietro le medaglie c’erano sacrifici enormi: «Ho sempre continuato a lavorare, allora di sport non si viveva. Spesso dopo le gare viaggiavo la notte in treno, poi giusto il tempo per una doccia e andavo in ufficio, alla Esso Italia». Mentre gli altri andavano in vacanza, lui si allenava: chilometri su chilometri, con il sole e con la neve. E anche a 92 anni continua a tenersi in forma, con un’ora e mezza almeno di camminata ogni mattina: «Cammino peggio di un tempo, ma non ho dolori alle ginocchia o alle anche».
È lo stesso gesto che lo accompagna da una vita: quello di mettere un passo davanti all’altro. Un gesto semplice che per lui ha significato attraversare la tragedia dell’esilio, conquistare l’oro olimpico e continuare, ancora oggi, a raccontare la storia di un popolo che – nonostante tutto – non ha mai smesso di andare avanti.