Chiesa
Sei parrocchie, una ventina di posti letto, 48 persone accolte e decine e decine di volontari mobilitati per oltre tre mesi: si è chiusa il 15 marzo l’accoglienza invernale delle persone senza dimora promossa dalla Caritas diocesana di Padova in collaborazione con il Comune. Un’esperienza che dal 1° dicembre 2025 ha coinvolto le comunità di San Bellino, Santissima Trinità, San Filippo Neri (tutte e tre all’Arcella), Altichiero, Ognissanti e San Lorenzo di Abano Terme, oltre a due appartamenti gestiti dalla Caritas stessa. Coinvolte due parrocchie in più rispetto alla scorsa edizione.
I numeri raccontano una parte della storia. L’altra, quella decisiva, sta nelle relazioni nate tra chi ha aperto la porta e chi l’ha varcata ogni sera. «Quando entri in contatto con queste persone umanizzi una realtà che non è più la “categoria dei poveri”: diventano persone vere, con un loro vissuto, una loro storia» osserva don Marco Galletti, responsabile della Caritas diocesana di Padova. È il filo rosso che attraversa tutte le esperienze. A San Bellino, dove erano disponibili sei posti e sono transitate 17 persone, Giorgina Garbo lo sintetizza con un’immagine quotidiana: «Offrire un tè chiedendo “cosa preferisci?” significa restituire dignità a chi è diventato invisibile. In quei momenti cadevano tutti i pregiudizi: eravamo solo persone sedute allo stesso tavolo».
A Ognissanti, alla prima esperienza, don Tommaso Opocher ha scelto un approccio preciso: non un dormitorio, ma un luogo dove sentirsi a casa. «Ogni sera i volontari della parrocchia, della Comunità di Sant’Egidio e degli scout, si sono dati il turno per portare una cena calda e consumarla insieme agli ospiti». Da questa vicinanza quotidiana sono nate amicizie concrete: due persone accolte hanno già trovato una nuova sistemazione abitativa. Tra gli ospiti un ragazzo accolto il giorno stesso dei suoi 18 anni, quando usciva da una struttura per minori, e un uomo marocchino che affronta tre cicli settimanali di dialisi e viveva in strada. «Dormire fuori con meno dieci gradi significa rischiare di morire. Non era solo l’idea di fare qualcosa di buono: sentivamo la responsabilità di proteggere la vita» spiega don Opocher.
Ad Altichiero, dove Federico Segato coordina i volontari da tredici anni, a Natale si è rotta la caldaia: niente riscaldamento, niente acqua calda. «Abbiamo trovato loro tre posti in un altro centro, ma hanno preferito restare». Alla Santissima Trinità, un ospite aiutava un altro a prepararsi per gli esami del corso da operatore sociosanitario, trasformando la camera in un salottino-studio serale.
La scoperta più ricorrente è stata il ribaltamento dei ruoli. Non è retorica: è successo davvero, ripetono i volontari. Giorgina Garbo ha perso la mamma durante l’accoglienza. «Non avevo detto nulla agli ospiti, ma se ne sono accorti. Uno mi ha chiamato: “Oggi non devi chiedermi tu come sto. Oggi sono io che chiedo a te come stai, perché ti sono vicino”». A Luisa Betto, referente alla Santissima Trinità, è rimasto impresso un ragazzo che lavora e studia ma non ha un tetto: «Si sveglia alle 4 per prendere l’autobus e non ti chiede aiuto. Semplicemente sta lì e ci si racconta». Sempre qui un ex ospite pakistano, oggi in un percorso Sai, è tornato come volontario quasi tutti i fine settimana.
A San Filippo Neri, Carla Turrini non dimentica il giovane rifugiato politico arrivato «bastonato, seviziato, abbandonato da un trafficante senza neanche un paio di scarpe: balbettava, non riusciva a parlare. Piano piano si è fatto più sereno». I quaranta volontari lo hanno accompagnato al Caf, gli hanno cercato un corso di alfabetizzazione, lo hanno seguito in questura. «Chiesa, ospedale da campo» la definisce Turrini.
«I poveri ci spiazzano» ammette don Alessio Bertesso, parroco di San Lorenzo di Abano, alla prima esperienza con un solo ospite, un sessantenne marocchino di origini tuareg: «Una persona corretta e dignitosa. Passa a ringraziarmi il sabato mattina». La Caritas parrocchiale e il Masci (Movimento scout adulti cattolici italiani) hanno adibito un locale a camera con ogni comfort. «Abbiamo capito che queste persone vanno rispettate nei loro tempi e nelle loro scelte. Esserci, ma con discrezione».
L’accoglienza ha generato comunità oltre i confini parrocchiali. A San Bellino «hanno risposto anche persone che non frequentano abitualmente la Chiesa: il desiderio di fare del bene è un linguaggio universale» osserva Garbo. A Ognissanti la sinergia tra parrocchia, Sant’Egidio e scout ha dimostrato che «da soli nessuno ce l’avrebbe fatta» riconosce don Tommaso. A San Filippo Neri i quaranta volontari hanno organizzato una cena povera in Quaresima insieme agli ospiti; alla Santissima Trinità il gruppo comprende «anche amici dei parrocchiani che non frequentano la Chiesa: molto spesso sono stati loro a farsi prossimi a noi» sottolinea Betto.
«Questa esperienza fa bene a chi viene accolto e fa bene alla comunità – conclude don Galletti – Siamo Chiesa che esce e fa rete con tutte le realtà che ogni giorno lavorano con le persone bisognose».
A Padova, il “Piano accoglienza invernale” ha preso il via il 1° dicembre 2025 e si è concluso – con una proroga – il 15 marzo. Grazie alla rete gestita dal Comune di Padova sono stati garantiti 175 posti (tra accoglienze straordinarie e posti di asilo notturno) per offrire riparo alle persone senza dimora durante i mesi più freddi.
Cinque le parrocchie cittadine – più una fuori Padova – che hanno messo a disposizione spazi e volontari: San Bellino, Santissima Trinità, San Filippo Neri, Altichiero, Ognissanti e il Duomo di Abano.

Quest’anno la Caritas diocesana ha affiancato all’accoglienza invernale un percorso di formazione strutturato: tre incontri rivolti ai volontari di tutte le parrocchie coinvolte, i primi due ospitati nella parrocchia di San Bellino, il terzo insieme al Comune di Padova per la consegna degli attestati.
A guidare il percorso è stato Luigi Gui, docente universitario, che ha approfondito con i volontari il tema della marginalità e della relazione con le persone che vivono ai “confini” della società. Hanno partecipato in media una cinquantina di persone a incontro, nonostante un orario non facile – le 18.30 – e il fatto che diversi volontari fossero già impegnati nel servizio serale.
«La formazione non si è limitata ai tre incontri – spiega don Marco Galletti, responsabile della Caritas diocesana – Si è concretizzata soprattutto nello restare in contatto con le comunità parrocchiali, nell’essere disponibili alle loro domande, nell’aiutarli ad affrontare le situazioni man mano che si presentavano e a non soccombere di fronte ad atteggiamenti che possono essere difficili». Un accompagnamento costante, necessario perché il mondo delle persone che vivono in strada chiede attenzioni e competenze specifiche.
La richiesta era venuta dai volontari stessi. «L’anno scorso la formazione era mancata e ce l’avevano chiesta – racconta Carla Turrini di San Filippo Neri – Quest’anno il prof. Gui ci ha aiutato a capire come approcciarsi senza essere invadenti. Il primo slancio è voler fare tutto; in realtà bisogna rispettare la privacy, ascoltare senza chiedere troppo». Il percorso ha toccato un nervo scoperto: il desiderio, spesso frustrato, di “risolvere” la vita degli ospiti. «Non siamo lì per questo, ma per camminare con loro – riflette Luisa Betto della Santissima Trinità – La formazione ci ha aiutato a guardare anche il nostro ruolo da punti di vista diversi. Non è stata né inutile né banale».
Non tutti hanno potuto partecipare allo stesso modo. Ad Altichiero, Federico Segato riconosce l’utilità del percorso ma segnala una difficoltà concreta: «Il mio gruppo è più o meno lo stesso da anni, la formazione la propongo ma non c’è grande riscontro. E con ospiti che parlano solo arabo il confronto è quasi impossibile». Ad Abano, don Alessio Bertesso e i volontari hanno seguito una formazione online con la cooperativa che gestisce l’accoglienza invernale a Padova: «Ci ha dato il senso dell’esperienza e qualche dritta su come approcciarsi e sulle regole da seguire».
La vera novità, sottolineata da più voci, è stata la rete di supporto quotidiana con la cooperativa della Casetta di Borgomagno e con la Caritas diocesana, raggiungibili per qualsiasi criticità. «Potevamo chiamare e dire: non ce la facciamo con questa persona. Sentirci non soli ha fatto la differenza» conferma Betto.
L’obiettivo per il prossimo anno è chiaro: riproporre la formazione fin dall’inizio, consolidarla e renderla parte integrante del progetto. Non un optional, ma un fondamento.
«L’esperienza dell’accoglienza invernale – racconta don Marco Galletti, responsabile di Caritas Padova – nasce dal Comune di Padova e chiede collaborazione attraverso la Caritas diocesana e le parrocchie. Non nasce dalla Chiesa locale, ma la Chiesa collabora e raccoglie una necessità. Questo ci fa essere in relazione con il mondo civile e mostra che siamo attenti ai più bisognosi. In un tempo in cui ci stiamo ripensando come Chiesa e cerchiamo un nuovo centro, poterci dire a servizio degli altri in rete con l’istituzione è davvero importante. Tante volte quello che le parrocchie fanno resta nascosto, va in sordina; quando rispondi a un appello dell’amministrazione comunale e diventi parte di qualcosa, mostri una Chiesa che era già sensibile ma che adesso fa anche la differenza».
«Cosa diresti ai membri di una comunità per incoraggiarli a iniziare questa esperienza?». È una delle domande che accompagnano le video-testimonianze – nella pagina Facebook della Caritas diocesana di Padova – dei volontari coinvolti nell’accoglienza invernale delle persone senza dimora. Testimonianza dopo testimonianza si coglie come questa sia un’esperienza che «si può fare davvero»; emerge cosa spinge le persone a mettersi a servizio e il fatto che, lasciandosi coinvolgere, ciò
che prima sembra impossibile…
poi si trasforma in opportunità di crescita. Non solo per il singolo volontario, ma per tutta la comunità.
Tra le domande rivolte ai volontari c’è anche questa: «Perché una parrocchia dovrebbe prendersi a carico un’iniziativa come questa?».
La Caritas diocesana invita ogni parrocchia a chiederselo e assicura che… nessuno verrà lasciato solo.