Chiesa
Nel 1965, in pieno Concilio Vaticano II, Paolo VI scrisse un’enciclica per proclamare la centralità assoluta, nella vita della Chiesa, della santa Eucaristia. I numeri finali di tale enciclica (Mysterium fidei) sono dedicati all’adorazione eucaristica. Non senza una certa sorpresa, troviamo scritto che il papa esorta i fedeli ad andare in chiesa per un momento di preghiera e adorazione davanti al Santissimo Sacramento: «Durante il giorno i fedeli non omettano di fare la visita al Santissimo Sacramento, perché la visita è prova di gratitudine, segno d’amore e debito di riconoscenza a Cristo Signore là presente» (n. 67).
Ci domandiamo: dobbiamo per forza andare in chiesa per la preghiera? Non è ugualmente efficace se stiamo in casa o andiamo in un prato? Risponde lo stesso papa: «Poiché giorno e notte [il Signore] è in mezzo a noi, abita con noi pieno di grazia e verità: restaura i costumi, alimenta le virtù, consola gli afflitti, fortifica i deboli, e sollecita alla sua imitazione tutti quelli che si accostano a lui, affinché col suo esempio imparino a essere miti e umili di cuore, e a cercare non le cose proprie, ma quelle di Dio» (n. 68).
Sembra proprio che vi sia allora una certa differenza tra rivolgersi al Signore a casa e farlo invece davanti al suo Sacro Corpo, lasciato da Gesù appositamente qui tra noi in terra per sostenerci e rafforzarci. Anzi: «Chiunque si rivolge all’augusto Sacramento Eucaristico con particolare devozione – prosegue il papa – e si sforza di amare con slancio e generosità Cristo che ci ama infinitamente, sperimenta e comprende a fondo quanto sia preziosa la vita nascosta con Cristo in Dio, e quanto valga stare a colloquio con Cristo, di cui non c’è niente di più efficace a percorrere le vie della santità».
Il Santissimo Sacramento ci spinge dunque alla santità. Ne valga un esempio pratico, di cui sono a conoscenza, e che riguarda proprio la vita parrocchiale. In una parrocchia di Bologna il sacerdote, tale don Giulio, da qualche anno ha istituito l’adorazione eucaristica perpetua. Il Santissimo Sacramento è perennemente esposto in un grande ostensorio posto non in una cappellina laterale, ma sull’altare principale della chiesa. Egli tiene la chiesa sempre aperta, anche di notte, con tutte le luci accese. Mi diceva questo parroco: «Mi sono accorto che il padrone della parrocchia è il Signore. Non che prima non lo fosse o non ci fosse (ovviamente vi era il Santissimo Sacramento nel tabernacolo), ma da quando è perennemente esposto c’è una convergenza molto più ovvia su di Lui. Per esempio, quando faccio incontri con coppie di fidanzati, prima li congedavo, al termine, adesso invece li invito a fermarsi in chiesa a fare un po’ di preghiera e adorazione. E ci vanno. E sovente stanno anche diverso tempo. Da quando il Signore è esposto, mi sembra che le cose in parrocchia vadano molto meglio, perché è Lui che fa girare tutto attorno a sé».
In effetti in questa parrocchia c’è un gran movimento, e per l’adorazione vengono persone del circondario, e anche da lontano: sanno che v’è l’adorazione continua, e arrivano in continuazione. Il parroco ha messo a disposizione in fondo alla chiesa dei libretti per la lettura, la meditazione, la preghiera. Il popolo di Dio ha risposto. Don Giulio ha avuto coraggio, certo, ma la vera sorpresa è la reazione dei fedeli. Vengono, e adorano in silenzio e, anche in piena notte, ormai da diversi anni, c’è sempre gente.
Che cosa realmente succede quando si adora davanti al Santissimo? Succede che è più facile entrare nel silenzio interiore, nel quale Dio parla. Le parole di Dio sono inintelligibili; non si comprendono con le orecchie, ma si “depositano” nel nostro cuore senza che noi avvertiamo alcunché sul piano sensibile. La persona guarda la particola consacrata, tiene fisso lo sguardo, rimane in silenzio, non dice nulla e non formula alcun pensiero. Come il contadino del santo Curato d’Ars, che diceva: «Io lo guardo, Lui mi guarda». In questo silenzio l’anima si acquieta, e il Signore si comunica misteriosamente. Il silenzio è la condizione necessaria perché la Parola di Dio si imprima nei nostri cuori, e l’adorazione silenziosa è la condizione migliore affinché tale connubio si realizzi. «Taci, anima mia, taci – scriveva il Silesio – se tu potessi tacere, Dio parlerebbe in te senza posa». Ed è così: è come se il Signore avesse bisogno del nostro silenzio, dello spazio che gli creiamo, per potersi
comunicare a noi. Quanto ci dice, noi non lo avvertiamo direttamente… Ne percepiamo i frutti in seguito, magari il giorno dopo, e scopriamo di essere più capaci di amare,
di pazientare, di lottare contro il male, di custodire la divina presenza in noi.
Don Divo Barsotti (autore mistico e spirituale, Servo di Dio) si spinge oltre: non dice che Dio parla quando l’anima sta nel silenzio, ma scrive che «Dio è silenzio». Questa identificazione è molto ardita, ma si può capire. Significa che il silenzio non è mai vuoto, ma sempre pieno di Dio, perché Dio si comunica continuamente alle anime che egli ama.
Forse è per questo che il silenzio, oggi, è così contrastato dal mondo? Ecco allora il luogo dove l’uomo ritrova se stesso, dove ritrova Dio: l’adorazione eucaristica.