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«Nonostante le oltre 300 repliche fatte in tutta Italia, mi dispiace non aver mai rappresentato il mio lavoro su Giorgio Perlasca al Teatro Verdi di Padova». A parlare così è Alessandro Albertin, padovano doc, il padre nativo di Maserà e la mamma di San Pietro Viminario, affermato attore che nei mesi scorsi ha ricevuto la nomina a Cavaliere al merito della Repubblica Italiana, concessa dal presidente Sergio Mattarella.
«È stata una vera e piacevole sorpresa, apprendere di questo riconoscimento che il capo dello Stato mi ha voluto fare, qualche mese fa, dopo che nel gennaio del 2024 ero stato al Quirinale per leggere alcuni passi tratti da testi per celebrare la Giornata della Memoria», spiega Albertin, classe 1972, attore professionista diplomato alla Scuola d’arte drammatica Paolo Grassi di Milano nel 1999, che negli anni ha lavorato con nomi importanti del teatro italiano: da Virginio Gazzolo a Egisto Marcucci, da Gianrico Tedeschi ad Andrée Ruth Shammah e da Gigi Proietti ad Alessandro Gassman.
Alessandro Albertin, peraltro, è diventato attore quasi per caso, complice un servizio militare non rinviato per causa di studio. È lui stesso a reaccontare come sono andate le cose: «Ho fatto la scuola per odontotecnici in gioventù, il sogno di mio padre era che potessi frequentare poi odontoiatria o medicina; invece, l’ultimo anno delle superiori trovai un insegnante di cultura generale, come si chiamava all’epoca il blocco di materie letterarie, che era un appassionato di teatro e improntò il lavoro dell’anno su autori di testi teatrali, motivo per cui cominciai ad appassionarmi a questo mondo». Ed aggiunge: «Evidentemente poi il mio destino era segnato, perché, dopo essermi iscritto alla facoltà di Lettere e avere vivacchiato per il primo anno, avevo dimenticato di fare il rinvio del servizio militare. Mio padre aveva una conoscenza alla caserma Piave e ottenni almeno di fare il Car a Trieste e poi il servizio di leva a Padova. In caserma conobbi Antonello Pagotto, che lavorava nella struttura militare, direttore artistico e anima della compagnia teatrale Il Canovaccio, che mi avviò definitivamente alla professione che poi ho sempre svolto in via esclusiva».
Nel 2024 al Quirinale Alessandro Albertin offrì ai presenti alcune battute di Perlasca. Il coraggio di dire no, il monologo, dedicato alla incredibile figura di Giorgio Perlasca. Classe 1910, nativo di Como ma trasferitosi da piccolo a Maserà, Perlasca si troverà a recitare un ruolo immenso nel tragico scenario di Budapest, durante gli ultimi mesi della Seconda guerra mondiale. Pur avendo aderito al regime fascista, tanto da combattere come volontario nella guerra civile spagnola, a Budapest per conto di una ditta triestina di importazione di bovini, Perlasca nel durissimo inverno del 1944 arriva dopo mille vicende e mille rischi a fingersi addirittura Console generale spagnolo per salvare la vita di oltre 5 mila ebrei ungheresi, strappandoli alla deportazione nazista e alla Shoah. Un’audacia quella di Perlasca che vedrà nel 1988, oltre quarant’anni dopo, una coppia ungherese rintracciarlo e divulgare la sua storia di coraggio e solidarietà. È il 23 settembre del 1989 quando Israele conferirà quindi a Giorgio Perlasca il massimo riconoscimento di Giusto tra le Nazioni e al museo Yad Vashem di Gerusalemme, nel vialetto dietro al memoriale dei bambini, verrà piantato un albero a lui intitolato. Giorgio Perlasca riposa nel cimitero di Maserà di Padova, lo stesso paese di origine della famiglia di Alessandro Albertin, che seppure vissuto a Padova, ha solide radici a Maserà.
Alessandro Albertin ha da anni effettuato un fitto programma di repliche del suo lavoro su Perlasca, ma anche il cruccio di non averlo ancora presentato al Verdi: «Qualche tempo fa ho avuto modo di rappresentare il monologo al Teatro ai Colli di Brusegana grazie a Gioele Peccenini, ma da padovano mi sembrerebbe giusto onorare la memoria di Giorgio Perlasca, pure lui padovano adottivo, nel teatro principale della città dove sono cresciuto e alla quale sono legatissimo».
Albertin è impegnato ora nel nuovo spettacolo L’urlo, sulla violenza di genere.
È un urlo metaforico a tutti gli effetti, su un argomento rispetto al quale il semplice parlato rischia, forse, di risultare insufficiente, il nuovo lavoro di Alessandro Albertin intitolato proprio L’urlo. «L’idea di affrontare l’argomento della violenza di genere nasce dalla consapevolezza che debba essere soprattutto il genere maschile a porsi alcune domande. Da maschio, padre e soprattutto padre di un figlio maschio sento crescere in me l’esigenza di tentare di capire quali possano essere i “punti di partenza” dai quali prende il via un percorso di azioni, verbali e fisiche, che può condurre al punto estremo e assoluto: il femminicidio», spiega Albertin. E sottolinea: «La risposta, ovviamente, non l’ho ancora trovata. Ma ho certamente capito che i “punti di partenza” sono tantissimi, sono subdoli e appartengono così tanto al nostro quotidiano che abbiamo ormai perduto, chi più chi meno, la capacità di riconoscere il loro peso specifico. Questo testo spazia da fatti di cronaca a riflessioni personali. Da insegnamenti di filosofi e antropologi fino alle pagine dell’Otello di Shakespeare».

Giorgio Perlasca, a cui Alessandro Albertin ha dedicato un importante lavoro teatrale, è sepolto nel cimitero di Maserà, poco fuori Padova, nella terra con un’unica inscrizione, «Giusto tra le Nazioni», in ebraico. Nel 2021 è stato creato l’Angolo Giorgio Perlasca nel punto in cui sorgeva l’abitazione dove ha vissuto dal 1922 al 1938, da giovane figlio del segretario comunale Carlo Perlasca.