Alluvione Firenze: card. Betori, “gli angeli del fango salvarono Firenze e la sua anima”
A 60 anni dall’alluvione di Firenze, il card. Giuseppe Betori, allora giovane seminarista impegnato nei soccorsi e oggi arcivescovo emerito della città, rilegge in un editoriale pubblicato da "Toscana Oggi" il significato dell’esperienza degli “angeli del fango”. Per Betori, quei giovani furono protagonisti di un gesto di servizio e di cura, volto a salvare il patrimonio umano, artistico e culturale di Firenze. Un’eredità che il cardinale ritrova ancora oggi nelle tante esperienze di volontariato e solidarietà nate nelle emergenze più recenti.
C’è da rallegrarsi con Firenze per non aver perso la memoria di quanto accadde 60 anni fa, nella dimensione tragica e dolorosa dell’alluvione che la travolse, ma anche nell’esperienza che in quei giorni i fiorentini fecero della presenza di tanti giovani, venuti da ovunque per amore di questa città unica nel mondo.
Mi si permetta di prendere le distanze da quanti, anche recentemente, vorrebbero vedere in quei giovani un’anticipazione delle folle di ragazzi che animarono un paio d’anni dopo le strade delle città dell’Occidente, in quel movimento di contestazione che chiamiamo il Sessantotto. Alla radice del Sessantotto c’era una volontà di negazione del presente e del passato, nel sogno di una radicale rifondazione della società e dei suoi assetti. Va anche osservato che da quel movimento non scaturì l’auspicato cambiamento sociale e politico, mentre invece si posero le premesse di un rivolgimento antropologico che, fondendosi con gli scenari nuovi aperti dalle tecnologie relativamente alla vita fisica e alla comunicazione, costituiscono il panteon di molti falsi valori condivisi ampiamente nel nostro tempo. Ad animare gli ‘angeli del fango’ non era affatto una volontà di innovazione, bensì di conservazione, di tutela di una forma culturale, ereditata dal passato, di cui Firenze era emblema, e che non si voleva si perdesse per l’incuria degli uomini. Il gesto degli ‘angeli del fango’ non era un gesto rivoluzionario, ma di amore per radici che si sentivano minacciate, un’immagine dell’umano che in Firenze aveva avuto una innegabile origine e una fioritura irripetibile.
Un secondo aspetto del senso di quell’impegno generoso che i giovani “angeli del fango” manifestarono in quei giorni fu senz’altro la voglia di mostrare che loro, i giovani, erano in grado di compiere azioni che non fossero di semplice esecuzione della volontà degli adulti, ma che li costituivano protagonisti della storia.
La voglia di essere protagonisti anima anche le piazze giovanili, addirittura adolescenziali, dei nostri giorni, ma la forma che si dà a questa volontà di emergere dall’anonimato sociale è ben diversa, in quanto segnata spesso dalla violenza. In quel novembre 1966 i giovani giunti a Firenze volevano dire a sé stessi e alla società tutta di esserci, di poter esprimere una propria personalità, ma lo fecero con un gesto antitetico alla violenza, un gesto di servizio, di cura. Ciò che fecero fu prendersi cura di una città amata, delle sue persone, delle sue cose sacre, in specie quelle legate all’arte e alla cultura, quelle di cui avevano letto sui loro libri e che non volevano che si perdessero. Non meno importante però fu il prendersi cura delle persone. Chi scrive, che fu insieme ad altri suoi amici, alcuni già preti altri solo seminaristi, il suo servizio lo esercitò nello svuotare le cantine delle case umili appena fuori dal centro cittadino, ma non considerò la cassetta dei ricordi di un’anziana signora qualcosa di meno nobile di un libro della Nazionale o di una tela di un’antica chiesa. Tutto era parte del volto di Firenze da restituire al mondo, la sua gente e le sue cose. È lo stesso spirito che ho ritrovato negli occhi e nelle azioni dei tanti ragazzi che ho visto nel novembre 2023 visitando la zona di Campi Bisenzio colpita dall’alluvione; arrivarono a frotte, muniti di tute e stivali per spalare fango dalle strade, togliere l’acqua dalle abitazioni, lasciare un sorriso di consolazione a chi era abbattuto per la devastazione e i danni subiti.
C’è poi un’ulteriore distinzione tra la ricerca di affermazione di sé in quei giorni e oggi: negli eventi di cui siamo testimoni in questi giorni la circolazione delle immagini è parte integrante dell’evento di cui si è protagonisti; di quei giorni non ho neanche una foto, non perché sia andata perduta, ma perché proprio non si pensava che l’evento fosse in quanto proposto al “mi piace” degli altri.
Concludo con un riferimento personale. Ho sempre pensato provvidenziale che il mio primo contatto con Firenze fosse stato quello del servizio, simboleggiato da un bastone che sorreggeva un badile, e che il successivo servizio che mi fu chiesto di rendere a questa città, 42 anni dopo, avesse come simbolo ancora un bastone, quello pastorale. Mi è sembrato vedere una continuità nel capovolgere il bastone e sostituire alla lama in ferro della pala il ricciolo del pastorale, così che, senza dimenticare di rimuovere il male, dovessi offrire un orientamento, una direzione a questa città. E mi piace quindi pensare che nella lapide con cui la Terrazza Vasariana verrà dedicata agli ‘angeli del fango’ sia contenuto un piccolo granello di pietra che mi rappresenta. Grazie.