Mosaico
Da un paio di settimane Bolzano è tornata a vestirsi a festa, con i canti dell’avvento che risuonano per le strade e nei vicoli del centro storico. L’atmosfera è frizzante. I ragazzi si rincorrono tra grida e risate sulla pista da pattinaggio, scansando i più piccoli che, lungo la balaustra, prendono dimestichezza con i pattini.
Tutt’attorno è uno scintillare di lucine dorate, che si mescolano agli abeti che sono arrivati a portare il bosco in città. Ai tanti turisti che hanno scelto di arrivare in treno indicano la via verso le casette – una settantina quest’anno – del mercatino di Natale. Il primo in Italia. È il 1989 quando il capoluogo altoatesino riceve il regolamento del mercatino di Natale di Norimberga. Due anni più tardi, nel 1991, piazza Walther ospita la prima edizione del mercatino, che quest’anno festeggia la sua 34.ma edizione.
In questi oltre tre decenni il mercatino è andato sempre più crescendo e il capoluogo altoatesino è cambiato molto. Da un paio di mesi, nelle vicinanze della stazione, ha aperto i battenti il Waltherpark, nuovo centro commerciale che fin da subito ha catalizzato l’interesse dei bolzanini, prima ancora che dei turisti.
In questi giorni il centro storico è tutto un brulicare di gente di ogni età, di lingue e dialetti, che si mescolano al profumo di cannella di strudel e vin brulè, impegnati a improvvisare – tra le decorazioni natalizie – un ardito passo a due gastronomico con crauti, salsicce e canederli. E poi ci sono loro, le melodie natalizie, quelle che escono dalle casse sistemate nel sottotetto delle casette del mercatino e quelle “dal vivo”, che si liberano nell’aria dagli strumenti musicali suonati sul palco allestito ai piedi della statua di Walther von der Vogelweide (1170 ca. – 1230 ca.), il menestrello, il più famoso poeta in medio alto-tedesco, che pare sovrintendere ogni cosa, come un direttore d’orchestra.
In mezzo a tanta ordinaria confusione, alimentata dal desiderio di trovare quel qualcosa di unico e originale che sappia accendere nelle menti e nei cuori “la magia del Natale”, c’è un luogo, un piccolo luogo a una manciata di metri dal nuovo centro commerciale e dall’affollata pista di pattinaggio, dove il tempo sembra dilatarsi, come in un respiro profondo.
Oggi, in quella manciata di metri quadri che fino a qualche mese fa ospitava un bar – più volte costretto a chiudere per motivi di ordine pubblico – regna un sereno silenzio.
Al posto della tradizionale insegna luminosa, c’è semplicemente una scritta fatta a mano, con un gessetto blu. Un unicum in mezzo alle tante luci e lucine che accendo il centro.
“Alpenmadonna”. Questo il titolo della mostra pop-up che – in collaborazione con il Waltherpark – è stata allestita dal fotografo altoatesino Peter Unterthurner. Come è possibile leggere su Ig, fino al 23 dicembre sarà possibile ammirare una selezione di 14 dei 40 scatti che Unterthurner ha realizzato fotografando statue di Madonne realizzate in epoca medievale da artisti dell’arco alpino.
Per il progetto “Alpenmadonna” – conosciuto in particolare per il ritratto della Madonna di Admond, opera lignea di Jakob Kaschauer agli inizi del XIV secolo su commissione dell’abate Engelberto (1297-1327) – e per il suo ideatore, si tratta di una prima assoluta e, in un certo senso, anche di un “ritorno a casa”.
Nativo di Merano, Unterthurner ha lavorato per diversi anni come redattore per il settimanale tedesco “Die Zeit” e per la rivista “Gero”. Per lavoro si ritrova a girare il mondo e poi, nel 2019, torna a vivere in Alto Adige con la sua famiglia. Il trasferimento, la nascita delle sue gemelle e, qualche mese più tardi, la pandemia, offrono al fotografo altoatesino il tempo per lavorare ad un progetto incentrato sull’arte cristiana e, in particolare, sulle raffigurazioni della madonna realizzate nell’arco alpino durante il Medioevo.
“Alpenmadonna” è un progetto che nasce da un errore. Unterthurner si trovava nel museo diocesano, ospitato dalla Hofburg di Bressanone, quando ad un certo momento “la luce del flash cade sul volto di una scultura della Vergine – racconta – un visitatore del museo l’ha attivato accidentalmente sul suo smartphone”. In quel momento l’artista altoatesino si trova dall’altra parte della statua, di fronte al flash. “Ombra profonda, contorni luminosi. Nella luce abbagliante, per un momento la scultura è sembrata viva”.
Da quel momento Unterthurner percorre 7.652 chilometri attraverso le Alpi alla ricerca della sensazione che l’aveva toccato così profondamente quel giorno, nel museo diocesano di Bressanone.
Oggi è Unterthurner ad accogliere i visitatori nella mostra pop-up allestita a Bolzano. “È la prima volta che le immagini del progetto progetto “Alpenmadonna” vengono esposte a Bolzano – racconta ai lettori del Sir – ed è al tempo stesso anche un ritorno a casa, perché tutto è partito dal museo diocesano di Bressanone”. E mentre parla, passa in rassegna con lo sguardo le 14 immagini mariane che – in formato piccolo (18×24) – abitano temporaneamente la parete. “Si tratta di volti di Maria che ho trovato in dodici diverse collezioni, che si trovano in cinque Paesi alpini: dalle pendici orientali delle Alpi austriache, a Graz, fino a Melezet, frazione di Bardonecchia. Come ho scelto questa selezione? Difficile da dire. Sono le immagini che personalmente mi toccano più delle altre, quelle la cui storia ha lasciato in me un ricordo particolare”.
“Questi due scatti – spiega indicando le prime due fotografie della serie – ritraggono il volto di due Pietà. E si può vedere i diversi modi con cui gli artisti hanno raccontato il dolore di Maria, che non è mai disperazione, ma che porta sempre in sé una vena di serenità”.
“E poi c’è la “Madonna in trono”, scultura che è stata realizzata in Sudtirolo attorno al 1300 e che oggi si trova nella collezione del museo nazionale di Norimberga, in Germania – aggiunge – C’è poi la “Madonna di Bressanone” che sembra una bambina (a differenza dagli altri, questi due ritratti hanno sfondo giallo ocra), una scultura lignea del 1200 che ho trovato nel deposito del museo Ferdinandeum di innsbruck, in Austria”.
La “Brückenmadonna”, la “Madonna del ponte”, ha una storia tutta particolare. “Si tratta di una statuetta in legno di tiglio che risale attorno al 1250. L’opera, oggi conservata nel museo diocesano di Susa, che era stata realizzata per essere collocata a ridosso del ponte centrale di Susa, lungo la sponda della Dora Riparia, per proteggere il paese dalle inondazioni”.
Una storia particolarmente interessante è anche quella della “Maria aus Appenzell”. “A prima vista può sembrare una Madonna Nera – sottolinea Unterthiner – o un effetto creato in post-produzione. In realtà questo è l’effetto che si è avuto in seguito ad un errato restauro di questa statua che risale alla fine del XV secolo. Su tutta la figura, eccezion fatta per le labbra, sono state usate delle sostanze che hanno annerito la statua. Da qui l’effetto della Madonna “nera” con le labbra rosse”.
Nelle immagini realizzate da Unterthurner – compresa l’iconico profilo della Madonna di Atmond, che capeggia in grande formato sulla parete opposta della stanza – la luce gioca un ruolo fondamentale.
“Tra le immagini che propongo qui a Bolzano c’è anche la “Schöne Madonna” (Madonna bella) di Ljubljana, che è frutto della sovraesposizione alla luce di questa statua del 1410 – conclude il fotografo altoatesino – che ha fatto sì che emergessero solo i contorni sfocati dei due volti, quello di Maria e di Gesù Bambino, inondati di luce”.
“Oggi nei musei tutte queste opere vengono sistemate in teche illuminate in maniera particolare, così da evidenziarne ogni aspetto – sottolinea il fotografo altoatesino –. Non dobbiamo, però, dimenticarci che all’epoca in cui queste statue sono state realizzate non esistevano la corrente elettrica, i neon o i led. Le stanze erano illuminate di giorno dal sole e la sera dalle candele. E queste statue sono state realizzate pensando proprio a questo, a luogo in cui sarebbero state poste e alla luce che avrebbe dato loro vita”.
Ed è ancora una volta la luce che, giocando con le ombre create dal flash, che dà vita nelle immagini di Unterthurner a ciascuna “Alpenmadonna”.