Idee
Nell’agosto del 2025, a conclusione dell’annuale convegno nazionale sulle Aree interne, più di 140 vescovi, badesse e abati italiani sottoscrissero una lettera aperta al Governo e al Parlamento. Questa lettera nacque come veemente reazione al Piano strategico nazionale delle Aree Interne, che aggiornava la Strategia nazionale per questi territori. I vescovi contestavano in particolare l’Obiettivo 4 della Strategia nazionale, intitolato “Accompagnamento in un percorso di spopolamento irreversibile”, da loro giudicato come un invito a mettersi al servizio di un «suicidio assistito» di questi territori, per cui, al massimo, si può sperare in una «morte felice».
Cosa chiedono i vescovi al Governo
I vescovi esortano la politica a esplorare con realismo e senso del bene comune ogni ipotesi d’invertire l’attuale narrazione delle aree interne, incoraggiando e sostenendo le buone prassi e le risorse sul campo. Chiedono altresì «che si favoriscano esperienze di rigenerazione coerenti con le originalità locali e in grado di rilanciare l’identità rispetto alla frammentazione sociale: s’incoraggi il controesodo con incentivi economici e riduzione delle imposte, soluzioni di smart working e co-working, innovazione agricola, turismo sostenibile, valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici, piani specifici di trasporto, recupero dei borghi abbandonati, co-housing, estensione della banda larga, servizi sanitari di comunità, telemedicina». I vescovi affermano infine che, in questo quadro, la comunità ecclesiale resta una delle poche realtà presenti ancora in modo capillare sul territorio nazionale.

La Chiesa in montagna, il caso Padova
Ma è proprio così? La Chiesa e le Diocesi italiane stanno facendo tutto il possibile per mantenere una presenza ecclesiale significativa anche nei loro territori spopolati e invecchiati? Provo a rispondere con i numeri, per la Diocesi di Padova, confrontando la presenza del personale ecclesiastico fra il 1972 e il 2025, grazie ai dati degli Annuari diocesani. Considero l’insieme di tre vicariati montani così come definiti nel 1972 (Asiago-Rotzo, Enego e Fonzaso). A titolo di confronto, calcolo gli stessi indicatori per l’insieme di due vicariati di pianura (Curtarolo e San Giorgio delle Pertiche).
Alcuni fenomeni – legati alla riduzione e all’invecchiamento dei sacerdoti e delle suore – accomunano la montagna e la pianura: il numero di abitanti per ogni sacerdote residente raddoppia, le parrocchie con suore residenti diminuiscono drasticamente, l’età media dei sacerdoti in cura d’anime aumenta vertiginosamente: da 46 a 64 anni in montagna, da 47 a 66 anni in pianura. Nel 2025, i sacerdoti in cura d’anime con meno di 60 anni sono solo tre nei tre vicariati di montagna, quattro nei due vicariati di pianura.
Tuttavia, i numeri mostrano che in montagna la presenza della Chiesa si è ristretta più drasticamente rispetto alla pianura, perché in passato – a causa della tipologia dell’abitare – la presenza nelle terre alte era molto più capillare. Dal 1972 al 2025, il totale dei sacerdoti in cura d’anime è passato da 35 a 11 in montagna, da 20 a 12 in pianura. Le parrocchie senza parroco residente – assenti nel 1972 – nel 2025 sono il 64 per cento in montagna, il 20 per cento in pianura. Anche i diaconi permanenti sono più presenti in pianura rispetto alla montagna.
Questi dati non indicano una strategia di progressivo abbandono delle terre alte da parte della Chiesa padovana: il numero di abitanti per sacerdote in cura d’anime è ancora oggi doppio in pianura rispetto alla montagna, proprio come nel 1972, anche a causa della drastica riduzione degli abitanti delle parrocchie di montagna, e il forte incremento degli abitanti nelle parrocchie di pianura. Tuttavia, poiché cinquant’anni fa ogni comunità, anche la più piccola, aveva almeno il parroco residente e spesso anche una comunità di religiose, la riduzione della presenza del clero in montagna è stata più intensa che in pianura.
Proposte per rimanere sul territorio
Come fare a mantenere, anche in questi territori marginali, una significativa presenza di Chiesa? La scelta del recente Sinodo diocesano padovano è quella di mantenere l’attuale reticolo parrocchiale, favorendo nel contempo la nascita di équipe ministeriali, composte da parrocchiani adeguatamente formati. Uno o più sacerdoti sovrintenderanno alle attività, mantenendo la responsabilità pastorale e legale di un certo numero di parrocchie. È un’organizzazione vicina a quella delle attuali terre di missione in Africa o America Latina.
Potrebbero essere percorse altre strade, complementari a quella recentemente intrapresa dalla Diocesi di Padova. Ad esempio, la Diocesi di Belluno-Feltre ha deciso di ridurre drasticamente il numero delle parrocchie (da 158 a 37), semplificando in questo modo la gestione burocratica e amministrativa, ottimizzando la distribuzione delle energie pastorali, ma senza centralizzare le attività pastorali e di culto, che continueranno a essere esperite anche nelle piccole comunità, coinvolgendo più intensamente il laicato.
Si potrebbe anche estendere il diaconato permanente, togliendo regole anacronistiche, ad esempio quella che limita a 60 anni l’età per iniziare il percorso che porta all’ordinazione, e ragionando, in sede Cei, su una possibile retribuzione con i fondi otto per mille dei diaconi stessi con responsabilità di cura d’anime.
Potrebbero anche essere estesi i tentativi – esperiti con successo in alcune parrocchie, anche in Diocesi di Padova – di assegnare la responsabilità delle parrocchie a una o più famiglie, o a laici, inviati dal vescovo e residenti in canonica, sotto la supervisione di un sacerdote non residente in parrocchia, anche in questo caso trovando forme di retribuzione. Queste proposte sono tutte attuabili senza modificare il diritto canonico. Voglio citare – per negarla – anche un’altra possibilità, ossia di “importare” persone consacrate da altri continenti: vi possono essere scambi fruttuosi, ma è bene che ogni Chiesa locale trovi in sé la forza per l’azione pastorale.
In sintesi, a mio avviso sarebbe opportuno cercare di mantenere lo schema pastorale tridentino, attuato a Padova da san Gregorio Barbarigo, che prevede la presenza in ogni parrocchia di persone esterne, inviate dal vescovo, impegnate nella pastorale. Questo modo di agire non sarebbe in contrasto con le decisioni del Sinodo padovano: potrebbe anzi rafforzare l’azione delle équipe ministeriali, composte da persone interne alla comunità.
Nei piccoli borghi sta chiudendo tutto: dalle scuole ai negozi, dai centri di aggregazione agli uffici postali. Se la Chiesa riuscisse a essere più presente, inviando persone e famiglie impegnate nella pastorale, avrebbe davanti a sé grandi possibilità di azione, assumendo anche uno straordinario ruolo di aggregazione civile. I vescovi dovrebbero esercitare quel «realismo e senso del bene comune» che hanno chiesto al Governo e al Parlamento nella loro lettera di agosto 2025. Credo valga la pena di provare.
Nelle parrocchie della Diocesi di Padova, in seguito al Sinodo diocesano degli scorsi anni, nasceranno équipe ministeriali, gruppi di tre-cinque parrocchiani chiamati a coordinare la vita della parrocchia con responsabilità effettiva, facendo riferimento al parroco e alle linee di fondo del consiglio pastorale parrocchiale e del consiglio della gestione economica, con l’obiettivo di realizzare gli obiettivi e gli orientamenti pastorali. I membri dell’équipe sono i ministri battesimali, espressione della corresponsabilità battesimale e della valorizzazione dei carismi del popolo di Dio. Agiranno su cinque ambiti: l’annuncio e la formazione catechistica, la liturgia e la preghiera, la carità e la prossimità, la gestione amministrativa ed economica, il collegamento interno alla parrocchia e tra parrocchie vicine.
A oggi un centinaio di parrocchie ha individuato almeno tre candidati al ministero battesimale e a novembre inizierà l’anno di formazione che porterà al conferimento del mandato pastorale.

Dal 2021 a Benevento, su iniziativa dell’allora vescovo locale Felice Accrocca, i vescovi italiani discutono sul futuro delle aree interne. Dopo la grande presenza e il documento di un anno fa, l’incontro si è ripetuto anche nel 2026 a fine agosto. Un percorso che quest’anno è stato preso in carico dalla Conferenza episcopale italiana, perché il tema «è di quelli decisivi per il futuro del nostro Paese, sia per il numero di Comuni e di Diocesi che coinvolge, sia per questo senso di ineluttabilità diffuso», ha sottolineato a Benevento il card. Matteo Zuppi.
Il principale esito di questa decisione è stato la creazione di una Commissione episcopale ad hoc composta dal vescovo di Asti, Marco Prastaro; dall’arcivescovo di Matera-Irsina e vescovo di Tricarico, Benoni Ambarus; e dallo stesso mons. Accrocca, oggi arcivescovo-vescovo delle Diocesi di Assisi-Nocera Umbra-Gualdo Tadino e di Foligno.