Idee
«Il 6 aprile diventa simbolo di una tensione antica quanto l’uomo: il desiderio di oltrepassare i confini, di spingersi più in là di ciò che è conosciuto. Con la missione Artemis 2, questo impulso prende forma concreta nello spazio profondo, dove l’essere umano si avventura verso distanze mai raggiunte prima, fino al limite estremo del viaggio oltre la Luna».
Le parole di don Enzo Gabrieli, direttore del settimanale Parola di Vita di Cosenza-Bisignano, rappresentano un fotogramma nitido di quanto sia accaduto in cielo in questi giorni di Pasqua, a parecchie migliaia di chilometri di distanza da noi. La missione lanciata dalla Nasa, e che rientra venerdì 10 aprile al largo della California, ha rappresentato il ritorno dell’uomo sulle tracce della Luna a cinquant’anni di distanza dall’epopea Apollo che aveva visto i primi uomini calpestare il suolo lunare. Dopo decenni in cui erano venuti meno i fattori che avevano scatenato la corsa per raggiungere per primi il nostro satellite (tra le potenze nucleari Usa e Urss), una mezzo umano ha sfiorato – senza approdarvisi – la Luna per poi superarla e arrivare al punto più lontano dalla Terra in cui l’uomo sia mai arrivato. L’evento si è registrato proprio il 6 aprile, quando i quattro astronavi a bordo della capsula Orion sono rimasti per 40 minuti senza comunicazioni con la terra, definendo la cosa «niente male».
«Si tratta di un passaggio strategico in preparazione dello sbarco sulla superficie lunare delle missioni successive – scrive per il Sir don Luca Peyron, coordinatore del Servizio per l’apostolato digitale della Diocesi di Torino – A guidare l’equipaggio è stato Reid Wiseman, già a capo dell’Ufficio astronauti della Nasa, affiancato da Victor Glover nel ruolo di pilota. Completano l’equipaggio Christina Koch e il canadese Jeremy Hansen, entrambi in qualità di specialisti di missione. È stato un lancio da primato: Koch è la prima donna, Glover la prima persona di colore e Hansen il primo astronauta non statunitense a partecipare a una missione diretta verso la Luna. A bordo della capsula, con tanta tecnologia europea e italiana dentro, gli astronauti sono stati impegnati per circa dieci giorni, durante i quali hanno fatto un giro completo attorno alla Luna prima di fare ritorno sulla Terra con un ammaraggio nel Pacifico».
E tuttavia, aggiunge ancora don Gabrieli, «non si tratta soltanto di progresso tecnologico o conquista scientifica. È qualcosa di più intimo e universale: una ricerca di trascendenza. Fin dall’alba della civiltà, l’uomo ha alzato lo sguardo al cielo chiedendosi cosa ci fosse oltre. Le stelle, la Luna, il vuoto silenzioso dello spazio sono stati specchio delle sue domande più profonde». La domanda quindi è: tutto questo interpella la nostra fede? «Sì – risponde il presbitero torinese – perché la missione Artemis 2 tocca una soglia simbolica dell’umano: quella in cui la tecnica diventa racconto sul senso, e il cielo non è solo spazio da misurare ma una parola da contemplare. Artemis 2 riapre una domanda antica: che cosa significa “abitare il creato”? La Sacra Scrittura contempla il cielo come luogo di stupore e di lode, “i cieli narrano la gloria di Dio”, non come evasione dall’umano, ma come amplificazione della sua responsabilità. Tornare verso la Luna non è fuga dalla Terra; è, semmai, un nuovo modo di guardarla».
Il pilota Victor Glover all’inizio delle osservazioni ha raccontato che volare verso la Luna durante la Settimana santa cristiana gli ha fatto percepire «la bellezza della creazione». La Terra è un’oasi in mezzo «a un’enorme distesa di nulla, questo universo», dove l’umanità esiste come un’unica realtà. «È un’opportunità per ricordare dove siamo, chi siamo e che siamo la stessa cosa e che dobbiamo andare avanti insieme».
«La fede è interpellata perché riconosce nell’essere umano non il proprietario del cosmo, ma il suo custode – chiosa don Luca – perché l’esplorazione autentica dovrebbe essere sempre accompagnata da un’etica della cura. E sono passati ventimila giorni dall’ultima volta perché oggi non siamo disposti a mettere a repentaglio la vita di un astronauta per un pur nobile scopo come l’esplorazione del cosmo. Abbiamo bisogno di più certezze, e la tecnologia di ieri ce ne regalava in effetti poche».
Seppur con la sua fragilità fisica, l’uomo quindi ha superato un nuovo confine. «La fede cristiana non separa spirito e corpo – conclude don Peyron – l’Incarnazione dice che Dio ha scelto di abitare la materia. Ogni viaggio umano oltre i confini consueti rinnova questa verità: non si supera l’umano lasciandolo alle spalle, ma portandolo con sé, custodendolo. Possiamo ammirare
da uno schermo quanto accade e passare oltre, oppure decidere anche noi, personalmente e comunitariamente, se il ritorno sulla Luna non possa riaccendere il desiderio più intimo dell’essere umano: guardare al cielo per comprendersi diverso sulla Terra».