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Autonomia. Qual è l’idea di fondo? «Legge fuori dal tempo: le istituzioni devono dialogare»
Gianclaudio Bressa, durante il Governo Gentiloni, firmò “l’intesa-autonomia”
FattiGianclaudio Bressa, durante il Governo Gentiloni, firmò “l’intesa-autonomia”
«La legge fa riferimento al comma 3 dell’articolo 116 della Costituzione, che parla di “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia sulla base di un’intesa fra lo Stato e la Regione interessata”, introdotto con la riforma del titolo V della Costituzione del 2001. È passato un bel po’ di tempo e sarebbe da verificare se quella norma è ancora attuale». Gianclaudio Bressa, già sindaco di Belluno, parlamentare prima alla Camera, dal 1996 al 2018, e poi al Senato, fino al 2022, nel ruolo di sottosegretario alla Presidenza del consiglio con delega agli Affari regionali e alle Autonomie, si occupò per il Governo Gentiloni del confronto con le Regioni Veneto, Lombardia ed Emilia Romagna per l’attribuzione di maggiori forme di autonomia differenziata. E fu lui nel febbraio del 2018 a firmare in rappresentanza del Governo l’intesa con i presidenti Luca Zaia, Roberto Maroni e Stefano Bonaccini.Bressa, come valuta l’approvazione della legge?«Nell’arco di questi vent’anni è cambiato tutto. Una prima osservazione riguarda la governance: è cambiato il rapporto tra le Regioni e lo Stato; è cambiato il rapporto tra lo Stato e l’Unione Europea; ci troviamo di fronte a esigenze di governo “multilivello” che coinvolgono più amministrazioni e istituzioni. A questo nuovo contesto dobbiamo rapportarci, e proprio perché abbiamo bisogno di questa governance “multilivello” e di collaborazione e di cooperazione, è auspicabile il passaggio da un modello di autonomia competitiva a uno di autonomia cooperativa. Ora c’è bisogno di un dialogo tra tutte le istituzioni perché il mondo di oggi è infinitamente più grande e più complesso di quello degli anni Novanta. Inoltre, l’articolo 116 ritagliava alcune forme particolari su questioni ben definite, poiché la volontà era quella di potenziare la dimensione amministrativa di quelle Regioni che erano in grado di assumersi maggiori competenze. Ma non entravano in gioco le finanze. La grande differenza tra l’ipotesi di allora e quella del ministro Calderoli è che con i Lep ha messo in gioco le risorse. Vien dadire che è una cosa fatta molto in fretta, occorre garantire i diritti civili e sociali a tutti: c’è bisogno di una solidarietà totalmente assente nell’ipotesi del ministro Calderoli».
È la questione dei Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni…«La definizione dei Lep richiede un processo lungo e delicato, poiché si tratta prima di garantire eguali prestazioni, poi di finanziarle, e solo successivamente si potrà ragionare di differenziazione. Ma, come dicevo, il mondo è cambiato e quindi questa rischia di essere una battaglia di retroguardia. Anche la recente ipotesi che ha lanciato Zaia – un’agenzia per le riscossioni del Veneto – fa pensare che dietro a questo progetto non c’è nessun ragionamento, ma solo una scommessa politica, una battaglia di propaganda che serviva nella campagna elettorale per le Europee. C’è poi una seconda osservazione importante…»
Quale?«Dagli anni Novanta a oggi la tecnologia ha fatto passi giganteschi. All’epoca si ragionava di avvicinare ai cittadini gli uffici, i servizi e quindi di avere degli strumenti di partecipazione, di coinvolgimento, di cooperazione diversi rispetto al passato. Ma oggi, con la trasformazione tecnologica e il processo di digitalizzazione avvenuti, il cittadino ha tutti i servizi a portata di mano nello smartphone. Quindi ora il problema non è tanto fornire questi servizi, quanto dare delle regole per garantire equità nella fornitura degli stessi. Lo Stato ora è chiamato a un ruolo più che di fornitore di servizi, di regolazione. E ciò cambia completamente le prospettive».
A questi aspetti la legge Calderoli non risponde?«È una legge che appare fuori del tempo, oltretutto senza avere nemmeno previsto la definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni e quindi con la garanzia dei diritti civili e sociali per tutti. Quella di Calderoli è stata un’operazione più targata politicamente che non pensata alla luce della Costituzione».
Secondo lei, come procederà ora l’attuazione della legge?«Ora è prevista la definizione dei Lep. Ma con i Lep non si può procedere materia per materia, perché è necessaria una visione complessiva, altrimenti può accadere che non ci saranno le risorse per finanziare i Lep delle materie che sono state lasciate per ultime. È un processo molto complesso, lungo, che non si può risolvere con un articolo della Finanziaria che lo imponga, come ha fatto Calderoli. È scritto nelle premesse di questa legge che non si arriverà da nessuna parte, perché non sono indicate le condizioni per realizzare quel che dicono di voler fare. Oltretutto, nel caso del Veneto, Zaia ha chiesto l’autonomia su tutte le materie possibili, ma senza che si colga un’idea di fondo, un progetto chiaro».
Alcune Regioni stanno decidendo di chiedere il referendum abrogativo della legge: lei cosa ne pensa?«Considerato tutto ciò, riguardo alla richiesta del referendum, esso va interpretato come uno strumento non tanto contro l’autonomia differenziata, quanto contro questa ipotesi politica, che non regge perché è fuori tempo, fuori contesto, senza un progetto, perché sotto non c’è niente».
Franco Pozzebon