Il peccato di Davide è stato quello di aver considerato Betsabea, non come una donna, quindi una persona con la sua immensa dignità di figlia di Dio, quanto piuttosto come una cosa da poter possedere a suo piacimento.
Ognuno ha il suo compito e a quello è chiamato e quando qualcuno sbaglia, c’è sempre bisogno di un surplus di misericordia, di pazienza, di capacità di perdono.
Anche i patriarchi, come tutti i padri, sbagliano, fanno preferenze e Giacobbe, così, si rende responsabile dell’invidia e dell’astio dei fratelli maggiori nei confronti di questo enfant prodige.
Il popolo eletto di Israele fonda le sue fragili radici sulla competizione e la rivalità, eppure è su questo popolo di dura cervice che Dio continuamente scommette.
Quando Abramo, rimasto vedovo della sua amata sposa, è “ormai vecchio e avanti negli anni” (Gn 24) ha ancora una speranza da coltivare: quella che suo figlio Isacco trovi moglie.
La richiesta del Signore appare per la nostra mentalità addirittura blasfema: sacrificare il suo unigenito figlio! Ma com’è possibile fare questa richiesta? Adesso!? Dopo tutto quello che c’è stato?
Quante coppie possono immedesimarsi in questa prova: figli desiderati come il dono più grande, figli cercati con purezza di cuore e generosità infinita che pure non arrivano?