Fatti
“Era il febbraio del 2023, frequentavo l’ultimo anno delle superiori, quando all’improvviso mi trovai in terapia intensiva”. Inizia così il racconto di Michelle Arcangeli, studentessa di Scienze della comunicazione a Tor Vergata, ex alunna in ospedale al Bambino Gesù. Michelle ha 21 anni, lunghi capelli ricci, una giacca fucsia e una storia che chi lavora tra le corsie della scuola in ospedale conosce bene. È stata lei, questa mattina, subito dopo i saluti del presidente del Bambino Gesù, che celebra i 50 anni della scuola in ospedale, a raccontare cosa significhi studiare non in un banco, ma in un letto d’ospedale.
“Quando mi hanno risvegliato dal coma mi hanno comunicato che il mio cuore era attaccato a una macchina, che mi avevano dovuto amputare la gamba sinistra e che, se tutto fosse andato per il meglio, avrei dovuto affrontare il trapianto di cuore. Inutile dire che non sapevo cosa potessi fare, quando sarei potuta uscire da quell’ospedale e soprattutto se ci sarei riuscita. Non avevo progetti se non quello di combattere per la vita, perché in quel momento ero molto in bilico. Nei primi mesi mi sono completamente dimenticata di frequentare il quinto superiore”.
Poi una dottoressa della terapia intensiva, ogni giorno, le raccomandava: “Inizia a studiare anche solo per cinque minuti”. Oppure le chiedeva: “Che cosa hai studiato oggi?”. “In quel momento non riuscivo a capire perché insistesse così tanto, come potessero bastare semplicemente cinque minuti. Invece iniziare anche solo per quei cinque minuti, poi ogni giorno diventati dieci, quindici, mi ha permesso di riprendere gli studi e prendere il diploma di maturità”, continua Michelle.
“Quando la scuola in ospedale è nata, al Gianicolo”, racconta Tiziano Onesti, presidente dell’ospedale Bambino Gesù, “era una piccola esperienza. Due insegnanti, poche aule, qualche bambino seguito quasi artigianalmente, con la forza della buona volontà e dell’intuizione pedagogica. Oggi questa piccola esperienza è diventata una realtà strutturata. Circa 80 insegnanti, quattro sedi: Gianicolo, Palidoro, Santa Marinella, Passoscuro. Un’offerta che va dalla scuola primaria alla secondaria di secondo grado, capace di accompagnare i ragazzi fino agli esami conclusivi”.
“Negli ultimi 25 anni la scuola in ospedale ha incrociato molte storie: circa 70mila bambini e adolescenti. È come se un’intera città di medie dimensioni fosse passata attraverso queste corsie, questi corridoi, queste aule”.
“Dietro questi numeri”, continua Onesti, “non ci sono solo statistiche. Ci sono pagine di quaderni scritti tra una terapia e l’altra. Ci sono esami di terza media sostenuti con il camice addosso, maturità preparate tra una chemioterapia e un rientro a casa”.
“Gli insegnanti della scuola in ospedale”, racconta Raffaele Mantegazza, docente di scienze umane e pedagogiche all’Università di Milano-Bicocca, “appena incontrano il loro alunno gli chiedono: ‘Come stai stamattina? Hai voglia di fare lezione?’. E chiedono al medico: ‘Ha fatto un esame invasivo ieri? Come ha dormito stanotte?’. Subito dopo iniziano la lezione. Questa è la scuola in ospedale, ma questa dovrebbe essere la scuola in generale: una scuola in cui si ha attenzione per il singolo, flessibilità, capacità di modellare ciò che si insegna a partire dall’identità della persona che si ha davanti”.
Una scuola, quella in ospedale, diversa dalle altre. Qui spesso le aule sono i letti, i programmi sono personalizzati in base alle condizioni di salute del bambino o del ragazzo.
“Se i medici e il personale sanitario si occupano del corpo e della guarigione clinica, noi docenti siamo chiamati a occuparci della mente, dell’identità e del domani dello studente. Curare il corpo è fondamentale, ma salvare anche lo studente che vi è in ogni paziente pediatrico significa preservare la sua parte sana, i suoi progetti e i suoi sogni”, ha spiegato Luigia Della Femina, insegnante ed ex coordinatrice degli insegnanti della scuola in ospedale al Bambino Gesù.
In questo modo, spiega Lucia Celesti, responsabile Urp e accoglienza dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù, “la scuola in ospedale agisce come una terapia non farmacologica del dolore, un regolatore emotivo importante, che cura non soltanto il bambino ma tutto il contesto familiare, favorendo poi la normalizzazione della vita”.