Fatti
Nelle campagne il lavoro comincia quando molte città stanno ancora dormendo. All’alba i campi si riempiono di persone arrivate da Paesi diversi, accomunate dalla stessa giornata di lavoro tra vigneti, ortaggi e campi coltivati. È un mondo che raramente entra nel racconto quotidiano, ma che ogni anno permette all’agricoltura veneta di affrontare le raccolte stagionali. È da qui che è partito il viaggio del Sindacato di Strada della Flai Cgil Veneto e le Brigate del lavoro. Un tour che, quest’anno, ha assunto un significato ancora più forte dopo la morte, lo scorso maggio, di tre lavoratori agricoli marocchini rimasti uccisi nel ribaltamento del minivan con cui stavano raggiungendo i campi di Chioggia. Sindacalisti, studenti della Rete degli studenti medi e dell’Udu, insieme ad associazioni come Mediterranea Saving Humans, Cir e Libera, hanno raggiunto aziende agricole, campi e luoghi di ritrovo dei lavoratori stagionali nell’asse della Transpolesana, tra Rovigo, Padova e Verona. L’obiettivo era di incontrare le persone nei luoghi in cui vivono e lavorano, distribuire materiale informativo in più lingue, spiegare i diritti previsti dai contratti, ascoltare bisogni e raccogliere segnalazioni. Un lavoro lontano che negli anni ha permesso di fare emergere situazioni destinate altrimenti a rimanere invisibili. «Quando entriamo nei campi molti temono che siamo ispettori o forze dell’ordine – spiega Giosuè Mattei, segretario generale della Flai Cgil Veneto – Distribuiamo acqua, cappellini, volantini tradotti nelle loro lingue e lasciamo un numero di telefono. In quel momento ci parlano poco, perché stanno lavorando e spesso hanno paura».
Molte storie iniziano proprio così. Un numero di telefono lasciato tra i filari, una chiamata arrivata qualche giorno dopo. È attraverso questo lavoro paziente di ascolto che negli ultimi anni sono emersi anche alcuni dei casi più significativi della provincia di Padova. Il più recente risale allo scorso anno e coinvolge un’azienda agricola dei Colli Euganei. Un gruppo di lavoratori indiani viveva e lavorava in condizioni di forte precarietà. Alcuni erano riusciti ad allontanarsi autonomamente, uno di loro, invece, era rimasto solo nell’azienda per settimane. Quando è arrivata la richiesta di aiuto, Flai ha attivato “l’uscita di sicurezza”, una procedura di emergenza utilizzata nei casi di particolare vulnerabilità, trasferendo il lavoratore in una struttura protetta. «Quando lo abbiamo portato via pesava appena 45 chili», racconta Mattei.
Più indietro nel tempo è il caso di un’azienda agricola della Bassa Padovana dove a un gruppo di lavoratori marocchini è stato riconosciuto lo sfruttamento lavorativo, con la successiva condanna delle imprese coinvolte e il rilascio dei permessi di soggiorno alle vittime. Episodi che, secondo il sindacato, rappresentano solo la parte visibile di un fenomeno più esteso. La Bassa Padovana, spiegano dalla Flai, concentra una presenza significativa di lavoratori stagionali, soprattutto durante la raccolta degli asparagi in primavera, degli ortaggi estivi e con la vendemmia. È qui che il sindacato segnala soprattutto situazioni di lavoro grigio: contratti formalmente regolari che nascondono condizioni molto diverse. «Può accadere che una persona lavori trecento ore in un mese e in busta paga ne risultino cinquanta. Oppure che una parte del salario venga assorbita dai costi del trasporto, dell’alloggio o da altri servizi imposti ai lavoratori». A questo si aggiunge, secondo il sindacato, un mercato irregolare degli alloggi e delle attestazioni di ospitalità, indispensabili per ottenere alcuni documenti. Nel corso della settimana il Sindacato di Strada ha incontrato oltre duecento lavoratori e lavoratrici. Nel Padovano la presenza più numerosa è quella della comunità marocchina, seguita da lavoratori provenienti da India, Bangladesh e Pakistan. «Molti ci raccontano di non aver mai visto una busta paga, altri non sanno nemmeno chi sia il vero datore di lavoro. Altri ancora ci confidano di aver pagato migliaia di euro per arrivare in Italia o per ottenere un posto letto. E spesso – osserva Mattei – non ci raccontano nemmeno tutta la loro storia, perché provano vergogna per essere stati raggirati».
Il sindacato tiene però a fare una distinzione: «La grande maggioranza delle aziende agricole venete lavora correttamente, applica i contratti e rispetta i diritti. Il problema è rappresentato da una minoranza che utilizza lo sfruttamento come modello di impresa, penalizzando anche chi opera nella legalità». Anche gli studenti della Rete degli studenti medi del Veneto hanno preso parte alle Brigate del Lavoro. «Entrare nei campi, nei magazzini e nei luoghi di lavoro ci ha permesso di vedere da vicino situazioni che troppo spesso percepiamo come lontane. Diritti, dignità e tutele si costruiscono insieme, studenti e lavoratori».
«La paura più grande – conclude Mattei – è la normalizzazione dello sfruttamento. Perché quando ci si abitua a considerarlo inevitabile, si finisce per normalizzare anche la disumanità».
Più della metà sono stranieri. Il 48 per cento svolge meno di 51 giornate l’anno, il 21 per cento per più di 151; il 75 per cento sono uomini. Il salario oscilla tra i 3 e i 5 euro l’ora.