Idee
Quegli abbracci sulla pista dell’aeroporto di Ciampino hanno concesso un sospiro di sollievo lungo 423 giorni a tutto il Paese. È quello che tutta Italia attendeva, è il giusto finale di una carcerazione ingiusta e incomprensibile, nel Venezuela di Maduro, di Alberto Trentini, cooperante veneziano del Lido, la cui storia è emersa dalle nebbie della cronaca solo a poco a poco per arrivare all’attenzione dell’opinione pubblica molto più lentamente rispetto ai casi di altri italiani privati della libertà all’estero. Il lieto fine tuttavia è stato lo stesso di Cecilia Sala, di Daniele Mastrogiacomo, di Giuliana Sgrena (pur nel dramma della morte di Nicola Calipari, il militare e agente segreto ucciso nel contesto della sua liberazione) e anche di Simona Pari e Simona Torretta, rapite in Iraq nel 2004. Tutti abbiamo desiderato che finisse così, tutti abbiamo preso le parti di mamma Armanda che dopo un lungo contegno ha deciso di alzare la voce per chiedere per suo figlio l’attenzione che prima non aveva avuto: oggi che la speranza è concretezza va riconosciuto al Governo e alla diplomazia italiana il merito di una trattativa a ostacoli con un regime che non è caduto neppure dopo l’eliminazione politica del suo leader e che prova a voltare pagina con la presidente di oggi che è la vice di ieri.
Se la liberazione di Alberto Trentini rappresenta forse la prima vera buona notizia del 2026 – che sul piano geopolitico si è aperto con l’attacco Usa al Venezuela, il dramma della popolazione iraniana falcidiata a decine di migliaia per aver chiesto in piazza un Paese diverso, le schermaglie interne alla Nato per lo status della Groenlandia – occorre osservare che in questa vicenda alcuni elementi continuano a sfuggire.
Il primo è senza dubbio la presenza di un altro detenuto italiano, assieme lui, l’imprenditore Massimo Burlò di Torino, di cui nulla sapevamo fino alla sua liberazione. Come mai in questi lunghi mesi non si è mai parlato di lui, del motivo per cui fosse stato catturato e sbattuto in carcere? Non solo, oltre a Trentini e Burlò, sarebbero ancora 42 gli italiani nelle prigioni del regime di Caracas e tra di loro 24 sarebbero prigionieri politici con il doppio passaporto italiano e venezuelano. L’empatia per Alberto Trentini e la sua esperienza ventennale di cooperare nei contesti di minore sviluppo del pianeta per il bene delle popolazioni locali ha finito per fare presa sull’opinione pubblica. Ma oggi non possiamo dimenticare tutti questi connazionali che rimangono privati della loro libertà senza avere avuto un giusto processo. E non possiamo nemmeno dimenticare chi – all’estero per altre missioni – non ha più fatto ritorno in patria: la famiglia di Giulio Regeni attende ancora giustizia, mentre l’Italia continua a intrattenere floride relazioni commerciali con l’Egitto in particolare in campo bellico; anche i fratelli di padre Paolo Dall’Oglio continuano a rimanere in attesa di un segnale, una notizia, una conferma.
Il secondo grande elemento, anche questo da chiarire, rimane il futuro dei rapporti tra Italia e Venezuela. Il Paese sudamericano infatti non è uno Stato come gli altri: i 170 mila italiani che qui vivono rappresentano una delle comunità più numerose di nostri connazionali nel mondo e questa fase di transizione imposta dagli Usa non può rimanere estranea dal contesto dei rapporti strategici per l’Italia.
C’è infine un concetto da ribadire: l’Italia che viaggia per raccontare i fatti, condividere le idee, dare vita a progetti per sostenere lo sviluppo nel Sud del mondo e incontrare i popoli, insieme con l’Italia che si adopera per riportare a casa i suoi concittadini quando le cose non vanno per il verso giusto, rappresentano due dei volti migliori del nostro Paese. Anche per questo, tornando ad Alberto Trentini, la speranza è che il suo sguardo si stacchi presto dai 423 giorni che sono stati e guardi al domani con la voglia intatta di partire e di continuare a mettersi a disposizione. Come fanno in tanti, tra cui gli oltre 600 missionari originari della nostra Diocesi sparsi nel mondo.