Idee
“Paroni a casa nostra”, si dice in Veneto. Ma non sempre. Non, almeno, quando il paron di un campo, di un bosco o di un pezzo di terra decide che nella sua proprietà privata non vuole vedere fucili e animali abbattuti. Perché la legge italiana consente ai cacciatori di entrare nei fondi privati per esercitare l’attività venatoria e, per impedirlo, non basta essere proprietari e mettere un cartello al confine. Serve ottenere la sottrazione del fondo all’attività venatoria attraverso una procedura che passa per domande, requisiti, documenti e graduatorie. Un percorso tortuoso che si affianca alla facilità con cui a livello nazionale si è messo mano al disegno di legge di riforma della legge 157 del 1992 sulla caccia. E così, alla vigilia di una nuova stagione venatoria, c’è chi scopre che non può dire sul terreno sul quale paga le tasse: “Qui non si spara, non si uccide”.
Paola Moraro possiede a Tribano circa 16 mila metri quadrati di terreno agricolo. Quando lo ha acquistato avrebbe potuto continuare a farlo coltivare. Ha scelto invece di restituirlo alla natura. Ha piantato una siepe lungo il perimetro, poi ha semplicemente aspettato. Da oltre quindici anni una parte del fondo non viene praticamente toccata. Sono cresciuti spontaneamente pioppi, aceri e altre essenze della campagna, si sono formati due piccoli boschi, sono arrivati uccelli, fagiani e insetti. «Volevo che la natura, un po’ alla volta, si riprendesse i suoi spazi». Ma con la stagione venatoria arrivano anche i cacciatori. Moraro racconta di trovare tra la vegetazione i corridoi creati dai passaggi e ricorda un episodio che ancora oggi le fa impressione: «Ero chinata a raccogliere delle erbe e mi sono sentita passare i pallini sopra la testa. Non è una cosa che può accadere in casa propria».
Nel 2022, con l’approvazione del Piano faunistico venatorio regionale 2022-2027, prova allora a ottenere la sottrazione del fondo alla caccia. Si affida alla Cia, prepara la relazione spiegando il progetto di rinaturalizzazione, indica le particelle catastali e presenta la pratica. La richiesta viene però respinta. La motivazione? «Dopo due mesi mi arriva una mail in cui mi dicono che nella documentazione mancava la mappa del terreno e che ormai non potevo più fare nulla. La vicenda mi è sembrata molto strana, dato che mi sono affidata a professionisti e in tutte le carte erano indicate le particelle del terreno e tutti i dati richiesti» conclude Moraro. Ed è qui che la questione, per Moraro, diventa, prima ancora che ambientale ed etica, una questione di proprietà: «È casa mia, il terreno è intestato a me e ci pago io le tasse. Se entra qualcuno senza autorizzazione posso denunciarlo, ma se arriva per cacciare può entrare. Qualcosa non torna». Intanto il suo boschetto resta accessibile all’attività venatoria. E quando al mattino sente gli uccelli cantare, «li guardo e dico: ce la farete quest’anno a restare vivi?».
A Sant’Elena, invece, il gruppo Seta Odv ce l’ha fatta, attraverso una piccola odissea burocratica. Il bosco “Mettiamo Radici” è nato dalla volontà di un gruppo di cittadini di non limitarsi a parlare di crisi climatica, consumo di suolo e perdita di biodiversità, ma di fare qualcosa di concreto. Hanno acquistato un campo e poi un secondo confinante. Oggi vi crescono oltre 1.500 alberi e arbusti, c’è un frutteto di varietà antiche, una parte educativa aperta a famiglie e scolaresche e un bosco più fitto. Per arrivare a poter dire che lì non si caccia, però, sono serviti due anni. Cristiano Vanzetto racconta che lui e il tesoriere Stefano hanno iniziato da soli a studiare norme e decreti. Prima richiesta respinta, con l’indicazione di rivolgersi a un altro ufficio. Nuovo studio, seconda domanda e un altro no. «Bisogna armarsi di pazienza, tenacia e caparbietà e anche di un po’ di fortuna» racconta. Il contatto diretto con gli uffici permette finalmente ai volontari di capire il percorso, che passa anche dall’apertura di un fascicolo Avepa (Agenzia veneta per i pagamenti, ndr). Aspettano la finestra utile e presentano la documentazione. Il 15 maggio arriva una Pec: servono integrazioni, da produrre entro dieci giorni pena l’esclusione. L’associazione trova un perito agrario, fa predisporre una relazione tecnico-agronomica e spedisce tutto. A luglio, finalmente, la raccomandata: la Giunta regionale ha accolto la richiesta. «Dopo mesi di fatica, attese, documenti, limiti normativi e ostacoli che sembravano infiniti, il nostro bosco ha ottenuto il divieto di caccia – spiega Arianna Piola – Dovrebbe essere ovvio che in un luogo come il nostro non si possa cacciare. Invece è una conquista, che nasce dalla scelta ostinata di credere che la vita selvatica meriti protezione». Da questa stagione, dopo due anni trascorsi anche tra portali, Pec, uffici e perizie, gli animali che hanno trovato rifugio nel bosco “Mettiamo Radici” lo trovano anche sulla carta.
Come rendere questa possibilità realmente percorribile da un normale cittadino? È quello che sta tentando di fare Matilde Franzolin, attivista per i diritti degli animali, dopo essere stata contattata da alcuni proprietari interessati a escludere i propri fondi dalla caccia. Franzolin ha interrogato Avepa e Regione Veneto per ricostruire requisiti e passaggi. Una prima certezza è arrivata: anche una persona fisica senza azienda agricola e partita Iva può presentare domanda. Deve però costituire un fascicolo attraverso un Centro di assistenza agricola o lo Sportello unico agricolo Avepa. Zone umide, interventi di rinaturalizzazione, habitat per la biodiversità, presenza di fauna o progetti di educazione ambientale possono essere compatibili con la fattispecie prevista dalla disciplina regionale. Servono una relazione tecnica, la documentazione catastale e un cronoprogramma delle attività per le quali la caccia rappresenterebbe danno o disturbo. Ma proprio su come questo “danno o disturbo” debba essere dimostrato la disciplina non indica una modalità specifica. Franzolin ha quindi scritto alla Regione chiedendo quali autorizzazioni deve possedere un privato che abbia rinaturalizzato un terreno, se serva un tecnico, quali siano i costi e quanto duri l’esclusione. Ha posto anche una questione nuova: se insieme alle caratteristiche oggettive del fondo possa pesare la motivazione etica e morale di un proprietario contrario alla caccia, richiamando una recente sentenza del Tar Abruzzo e i principi della Convenzione europea dei diritti dell’uomo. La risposta regionale è attesa. Intanto Avepa ha indicato, salvo diverse disposizioni, la finestra dal primo febbraio al 31 marzo 2027 per le domande della prossima stagione.
Ed è qui che il vecchio paroni a casa nostra torna a mostrare tutta la sua contraddizione. Perché per trasformare un campo in un rifugio per la biodiversità può bastare smettere di arare e lasciare crescere gli alberi. Per impedire che qualcuno entri a cacciare, invece, può cominciare una corsa tra norme, uffici e scadenze. In provincia, intanto, associazioni e attivisti stanno organizzando banchetti per raccogliere firme contro il nuovo Ddl caccia. E mentre in Parlamento si discute di come riscrivere con maggior apertura per i cacciatori le regole dell’attività venatoria, nei campi c’è chi pone una domanda molto più elementare: quanto può davvero decidere il proprietario veneto su ciò che accade a casa sua?
In Veneto e in altre 15 Regioni italiane, il 2 settembre scorso è scattata l’apertura anticipata della stagione venatoria rispetto al calendario venatorio approvato a maggio che prevede il via libera per le doppiette dal 20 settembre al 31 gennaio prossimo. Le associazioni ambientaliste e animaliste, con il Wwf in prima fila, lamentano l’inopportunità di una decisione che arriva al termine dell’estate più calda mai registrata su base nazionale e continentale, una stagione che ha messo a dura prova la fauna selvatica nella ricerca di acqua, cibo e rifugio minati da siccità, calura e incendi.