Fatti
Si registrano sempre più spesso fenomeni estremi legati al caldo, d’estate, e al freddo, d’inverno, con effetti disastrosi sulle popolazioni, l’ambiente e anche l’economia. Un segnale inequivocabile che i cambiamenti climatici incidono sempre di più sulle nostre vite. Ne parliamo con Andrea Masullo, direttore scientifico di Greenaccord.
Caldo estremo, incendi, siccità, alluvioni e violenti temporali sembrano ormai alternarsi con una frequenza e un’intensità che fino a pochi anni fa consideravamo eccezionali. Siamo di fronte a una nuova normalità climatica oppure rischiamo ancora di leggere questi fenomeni come singoli eventi emergenziali?
Siamo di fronte a una situazione la cui gravità va ben oltre l’idea di una nuova normalità. Se avessimo raggiunto una nuova normalità, basterebbe prendere i provvedimenti necessari per conviverci e adattarci, senza troppi traumi. In realtà, noi siamo all’interno di un cambiamento tutt’altro che stabilizzato; siamo in un cambiamento che sta addirittura accelerando e di cui non conosciamo il punto di arrivo ma solo i prossimi passi.
Oggi siamo in grado di prevedere gran parte degli impatti di questa situazione, ma non siamo del tutto a conoscenza di come potrebbe evolvere il fenomeno.
Se dispieghiamo le nostre energie tecniche ed economiche siamo in grado di rallentarlo progressivamente, fino a raggiungere una nuova normalità, forse nel 2100 ed oltre.
C’è un paradosso apparente che colpisce l’opinione pubblica: da una parte siccità e ondate di calore, dall’altra precipitazioni violentissime, alluvioni e grandinate. Come si spiegano questi estremi apparentemente contraddittori e quanto è forte il legame con il riscaldamento globale?
Il cambiamento climatico è causato dalla capacità dei combustibili fossili di riscaldare l’atmosfera; tutta l’energia accumulata produce fenomeni meteorologici estremi, alternando lunghi periodi di siccità con precipitazioni violente, spesso ad evoluzione locale e improvvisa e difficili da prevedere in anticipo.
Il cambiamento climatico non è più soltanto una questione ambientale, ma riguarda direttamente salute, agricoltura, economia, infrastrutture e sicurezza dei territori. Quanto siamo preparati in Italia ad affrontare l’adattamento climatico e dove sono le nostre maggiori fragilità?
La cosa più sciocca che si possa fare è pensare di mantenere le stesse attività all’interno di un contesto territoriale profondamente cambiato dal clima. Le stesse tecnologie produttive, basate su quei combustibili fossili che sono la causa dei cambiamenti climatici, devono essere al più presto sostituite e messe in grado di funzionare con fonti rinnovabili. Più si sposta in avanti negli anni il raggiungimento dell’obiettivo zero CO2 e più aumentano la frequenza e le conseguenze di eventi climatici estremi. Ormai è noto a tutti quanto nelle città, strade e piazze asfaltate possano creare isole di calore con temperature anche di 10 °C superiori ad aree alberate.
Direi che siamo ancora molto poco preparati.
Il cambiamento climatico non sta modificando soltanto temperature e fenomeni meteorologici estremi, ma sembra cambiare anche il volto delle nostre stagioni: cambiano i paesaggi, i cicli delle coltivazioni, le abitudini delle persone, il turismo e interi settori economici. Quanto si sta già trasformando il nostro modo di vivere e di lavorare? E quali cambiamenti dobbiamo aspettarci nei prossimi anni?
Dovremmo abituarci a pensare che certe produzioni e certe tecniche colturali non sono più redditizie; bisogna migliorare le qualità pedologiche dei terreni, effettuare concimazioni organiche, evitare arature profonde che non consentono ai terreni di trattenere l’acqua anche nei periodi di siccità.
Pensate alle cime delle montagne ormai per pochissimi giorni imbiancate e per il resto dell’anno scoprono il volto minaccioso di sabbie e massi in bilico. Sempre più sono le stazioni sciistiche che si basano esclusivamente sull’innevamento artificiale. Infatti, dopo una fase iniziale in cui l’innevamento era necessario per pochi giorni, ora ne occorre molto di più. I costi crescono e molte stazioni sciistiche preferiscono non aprire gli impianti e si convertono a un turismo senza neve anche di inverno. Aumenta, poi, sempre più il turismo montano estivo, insidiato dagli incendi. I mari che bagnano l’Italia hanno raggiunto temperature parecchi gradi sopra la norma, innescando profondi cambiamenti della biologia marina, a volte particolarmente pericolosi come il proliferare di funghi, microalghe e mucillagini.
Di fronte a un’estate in cui il caldo può diventare letale e gli incendi devastare interi territori e a inverni segnati da piogge torrenziali e fenomeni estremi, quanto pesa il cambiamento climatico e quanto, invece, la cattiva gestione del territorio, il consumo di suolo e l’insufficienza della prevenzione?
La lotta agli incendi va vista in chiave preventiva, cosa che fino ad oggi si è fatta poco.
Spegnere un incendio boschivo, in estati torride come questa che stiamo vivendo, è un’impresa faticosissima e pericolosa per gli operatori della protezione civile. Dotarli di strumenti tecnici e piani per attuare provvedimenti atti a prevenire che gli incendi scoppino è più costoso ma lo è assai meno dei danni inferti ad ampie superfici forestali, essenziali per l’assorbimento della CO2,
e che impiegheranno molti decenni per recuperare la capacità di svolgere questo essenziale compito per combattere i cambiamenti climatici.
L’emergenza climatica è ormai evidente anche sul piano planetario, ma le risposte politiche sembrano procedere molto più lentamente. Perché è così difficile trasformare la consapevolezza scientifica in decisioni concrete su emissioni, energia, mobilità, agricoltura e modello di sviluppo?
Comunità vulnerabili, che storicamente hanno contribuito in modo minimale ai cambiamenti climatici, ne sono attualmente colpite in maniera sproporzionata. Gli impatti dei cambiamenti climatici causati dall’uomo continueranno ad intensificarsi, aumentando il numero di persone che vivono in stato di malnutrizione e povertà.
Purtroppo, alcuni Paesi industrializzati stanno voltando le spalle ad un loro impegno economico e morale: azzerare l’uso dei combustibili fossili il più rapidamente possibile ed aiutare i Paesi poveri.
Da direttore scientifico di Greenaccord, che da anni mette in relazione informazione, ambiente e responsabilità sociale, quale dovrebbe essere oggi il ruolo dei media? Come raccontare la crisi climatica senza cadere né nell’allarmismo né nella banalizzazione, ma riuscendo davvero a mobilitare cittadini e decisori politici?
In questi anni di chiusura nazionalista, dopo il ritiro degli impegni da parte di Trump, assistiamo ad una corsa al negazionismo climatico. Per un cittadino è più rassicurante credere ad una cinica bugia che accettare la verità che il cambiamento climatico danneggerà questa generazione e soprattutto le generazioni future. È più facile per un agricoltore confidare nella promessa di risarcimento per i raccolti persi, sempre più insufficiente, che trasformare le proprie attività. Altrettanto dicasi per gli operatori turistici. È emblematico in questi giorni il tentativo del governo italiano di sforare i vincoli di bilancio come previsto per la sicurezza energetica, senza avere alcun piano preciso in tal senso, al punto da essere ripreso dalla presidente Ursula von der Leyen, che ha dovuto precisare che tali fondi non possono essere utilizzati per la riduzione delle accise sui carburanti e per lo sviluppo di fonti fossili di energia, ma solo per le energie rinnovabili. L’impegno di Greenaccord e della sua rete di giornalisti è fare emergere questa semplice “verità”.