Coronavirus. Mons. Overbeck (Comece), “non un incidente negli ingranaggi del mondo ma una prova per la fede e il senso della vita”

Lo choc per il numero dei morti che in Europa, in questo anno di pandemia, ha fatto il Coronavirus. Circa 900mila senza contare le 125mila vittime del Regno Unito. A loro e ai loro familiari va il primo pensiero del vescovo di Essen, mons. Overbeck, che in questa intervista al Sir, a nome dell’episcopato dell’Unione Europea, stila un “bilancio” di questo difficile anno. Il vescovo parla del grido di disperazione che arriva dai poveri: “Fate qualcosa! Non dimenticatevi di noi”. E poi osserva: “Il Coronavirus non è stato un incidente operativo negli ingranaggi del mondo. È di più, è una prova anche della nostra fede e di come trattare la vita, soprattutto per noi cristiani”.  

Un memoriale in Rete per i 100 mila morti. Custodiamo e condividiamo i ricordi delle famiglie italiane

Quanti nonni non potranno più raccontare di sé e della propria vita? Quante storie di vite esemplari saranno andate perdute? Quanta consapevolezza delle proprie origini (da dove veniamo, chi erano i nostri bisnonni…) sarà stata bruciata in questo rogo spaventoso della conoscenza del passato? Quanto amore non è stato manifestato e quanto dolore non è stato condiviso? Quante carezze, quanti baci, quanti abbracci non sono stati vissuti? Solo da questa drammatica consapevolezza può nascere non solo un nostro personalissimo modo di sentire e vivere questa durissima stagione, ma anche l’urgenza di fare qualcosa per conservare la memoria di questa generazione portata via da un virus venuto da lontano e ben presto diventato padrone delle nostre vite, delle nostre coscienze e del nostro immaginario.

La parola del buon vicinato. Ascoltiamoci per ascoltare

Durante il lockdown molti rumori si sono fermati, altri amplificati. A volte il silenzio è stato più assordante. Nel silenzio delle strade c’è stata l’occasione di ascoltare suoni e voci di chi ci è più vicino. Da casa tutto ha avuto un altro senso, per cui si son potute scoprire abitudini, più o meno apprezzabili, dei nostri vicini.

Una storia da tramandare e un futuro da costruire

L’8 marzo di questo 2021 è segnato ancora dal Covid-19, che ha accentuato le disuguaglianze e il disagio di quanti si trovano in condizioni di fragilità e delle donne, più esposte sul fronte economico, familiare e sanitario. Non a caso nel rapporto Usa "The impact of Covid-19 on women", il tema gender equality si trova al numero 5 dei 17 Obiettivi di sviluppo sostenibile. La manodopera retribuita – asili, scuole, babysitter – è stata sostituita da casalinghe che non pesano sui bilanci. Hanno gravato su donne già stanche del doppio lavoro: la presenza dei figli ‘liberi’ dalla scuola, il maggior carico di lavoro domestico, la chiusura dei centri diurni per persone non autosufficienti, la mancanza di computer o l’incapacità di usarlo. Hanno dovuto fare da docenti, colf, badanti, cuoche, segretarie, animatrici (non in villaggi turistici ma dentro appartamenti persino di 50 mq). Si è inoltre accentuato il divario tra mogli e mariti a vantaggio di questi ultimi, quanto a tempo libero e tempo per i lavori domestici e la cura

Una Giornata internazionale per ricordare la bellezza armoniosa della dualità

Perché serve una Giornata della donna? La problematica in realtà è molto più impegnativa e affonda le sue radici nella storia dell’umanità e nella storia, se non proprio dell’oppressione, quanto meno della difficoltà della donna ad uscire da alcuni stereotipi che la costringevano a compiti gravosi, cui non poteva sottrarsi. Pena il non esistere. Se però, lo sguardo indagatore si rivolge al passato e solo al passato credo che ben presto si troverà non solo offuscato ma letteralmente accecato. Il peso delle vicende rischia di catapultarsi e distruggere, in fin dei conti, proprio il presente in cui si vive