Idee
C’è sempre un futuro migliore. Lo sviluppo sostenibile
Era il 1987 quando uscì la prima definizione di uno sviluppo che guardando al presente pensasse al domani
IdeeEra il 1987 quando uscì la prima definizione di uno sviluppo che guardando al presente pensasse al domani
Una delle parole più inflazionate degli ultimi anni, in particolare nel post Covid, è la parola sostenibilità. È come se avessimo, improvvisamente, scoperto che il nostro Pianeta va tutelato, salvaguardato, preservato. È come se i temi lanciati già fin dalla seconda metà del secolo scorso da importanti economisti quali Paul Samuelson, Ronald Coase e molti altri, compresi gli italiani Ignazio Musu e Carlo Carraro (per citarne alcuni) fossero lontani nel tempo e ci fosse ancora davanti a noi un lungo periodo prima di dover affrontarli. Senza la consapevolezza, invece, di quello che già stava avvenendo intorno a noi e della necessità di un intervento già inderogabile a tutela di queste materie. Mi sono interrogato, fin dai tempi della mia tesi di laurea nel 1995, su che cosa significhi sostenibilità: il primo documento dove si parla di sostenibilità è il rapporto Brundtland (conosciuto anche come Our Common Future) che prende il nome da Gro Harlem Brundtland, un’importante politica norvegese, ed è stato pubblicato nel 1987 dalla Commissione mondiale sull’ambiente e lo sviluppo e dove, per la prima volta, viene introdotto il concetto di sviluppo sostenibile che viene così definito: «Lo sviluppo sostenibile è uno sviluppo che soddisfi i bisogni del presente senza compromettere la possibilità delle generazioni future di soddisfare i propri». In tale definizione, come si può vedere, non si parla dell’ambiente nell’attuale intendimento quasi ecologista, o perlomeno non solo, ma si fa riferimento al benessere delle persone, e quindi anche alla qualità ambientale. Viene però apertamente denunciato un tema che è anche un fondamentale principio etico: la responsabilità intergenerazionale, cioè come l’attuale generazione (com’è stato per le precedenti) stia generando valore (o disvalore) a favore (o detrimento) delle generazioni future. Qui il tema della sostenibilità ambientale va a toccare due aspetti a dir poco importanti quali il mantenimento delle risorse (in particolare quelle naturali) e dell’equilibrio ambientale del nostro pianeta. Quando pensiamo a questi temi ci riferiamo, in prima battuta, al problema dell’inquinamento generato dalle industrie, ma abbiamo in realtà altre questioni fondamentali, come la sostenibilità in materia agricola o il turismo: già nel 1997 il citato rapporto Brundtland diceva che le attività turistiche possono considerarsi sostenibili quando non alterano l’ambiente, non ostacolano lo sviluppo di altre attività sociali ed economiche, ma soprattutto generano valore nel tempo. Intendiamoci, pensare alla sostenibilità non vuol dire rifiutare l’idea che l’impresa debba generare profitti, anzi: l’impresa, tutta, è chiamata a garantire – con il contributo di istituzioni, famiglie, servizi, ovviamente lavoratori – lo sviluppo del territorio mirando però alla compatibilità ecologica, socio-culturale ed economica. Ciò significa che tutte queste politiche vanno sviluppate avendo tra le mani anche un bilancino di precisione che guardi al tema dello sviluppo attuale legato allo sviluppo futuro. Abbiamo davanti a noi un periodo complicato, dove, a livello di fiducia, si sta invertendo un principio che è alla base dello sviluppo: che chi verrà dopo di noi troverà un mondo migliore di noi. Oggi, perlomeno nella percezione dei giovani, sembra prevalere l’idea che la loro generazione sia penalizzata da scelte ambientali, economiche, nel lavoro, ma anche sul tema pensioni del nostro Paese, che creeranno loro dei danni e non permetteranno quindi di realizzare il loro progetto di vita guardando con fiducia al domani. Di contraltare, sento spesse volte la vecchia litania della precedente generazione che dice: «Noi eravamo migliori di voi!» oppure «noi avevamo ideali, mentre queste nuove generazioni che crescono non sono abituate al sacrificio». Se fosse completamente vero il contraltare, credo che noi adulti dovremmo farci, e velocemente, un esame di coscienza su dove possiamo avere sbagliato se sta avvenendo tutto ciò. Poi guardo agli occhi delle ragazze e dei ragazzi. Penso alle migliaia di loro che si stanno preparando per l’esperienza di Lisbona della Gmg. Penso a chi è impegnato nelle nostre parrocchie, più in generale nel volontariato, e mi rispondo che sempre e comunque abbiamo davanti un futuro migliore e che dobbiamo tutti impegnarci a far implodere un inutile conflitto tra generazioni: guardando tutti dalla stessa parte (e facendo tutti insieme) i risultati di certo arriveranno.
Roberto CrostaSegretario Generale Camera Commercio di Padova e Unioncamere Veneto