Idee
Periodo difficile, questo, per essere adolescenti. La violenza permea il nostro quotidiano e la paura, quella sottile che logora i pensieri, sta diventando un sentimento impossibile da ignorare. La morte violenta è un “rumore” di sottofondo che fa da colonna sonora alle nostre giornate e in questo contesto crescere somiglia a uno sport estremo. Così girano con il coltello in tasca, bullizzano, si chiudono in casa, tentano il suicidio, uccidono, “amano troppo”. Sono spaventati e spavaldi insieme, come sempre è stato per tutti in questa fase della vita, ma sono troppo spesso soli a cercare di capire come funziona il mondo, specialmente quello delle relazioni, dell’affetto, dello stare insieme con consapevolezza. «Sono ignoranti, eppure il 12 per cento vive la prima esperienza sessuale a 13 anni, il 40 per cento tra i 16 e i 18 anni e sette su dieci non sanno niente di malattie sessualmente trasmissibili anche se queste sono in forte aumento tra gli adolescenti», ci racconta Matteo Paduanello, psicologo, referente del consultorio adolescenti Contatto Giovani dell’Ulss 6 Euganea, servizio gratuito che si rivolge alla fascia di età che va dai 14 ai 21 anni e offre consulenza psicologica e terapia breve, visite ginecologiche e consulenze mediche per problematiche anche maschili. Il consultorio, con il progetto “È amore (di) sicuro” che viene proposto nelle classi seconde degli istituti superiori del territorio dell’Ulss 6, svolge un’attività di informazione e prevenzione sulla sessualità e l’affettività quale promozione alla salute e al benessere personale, di coppia e sociale. Il progetto si articola in due incontri: uno più sanitario si focalizza maggiormente sulla sessualità, le malattie sessualmente trasmesse e la contraccezione; l’altro, più di carattere psico-sociale, si focalizza sulle relazioni affettive, le emozioni, i sentimenti e la violenza di genere. Durante l’anno scolastico appena concluso il progetto, che da dieci anni è guidato dalla dottoressa Emanuela Biasio, ha coinvolto 4.844 ragazzi in 220 classi, in aumento rispetto all’anno prima quando i ragazzi sono stati 4.578 in 208 classi. Un lavoro importante che si concretizza anche nei circa trecento nuovi contatti l’anno che il consultorio registra. “È amore (di) sicuro” «offre uno spazio di confronto e riflessione importante perché le relazioni affettive tra gli adolescenti sono molto, molto problematiche – spiega Paduanello – Parliamo di controllo, gelosia, violenza psicologica e fisica. “Se non è gelosa non mi ama”, “lui mi ha tirato uno schiaffo e allora anch’io”, “non puoi andare in discoteca con le amiche” dicono, consegnare la password del cellulare al partner è considerato un atto d’amore e gli stereotipi di genere arrivano da molte parti: social, influencer, serie televisive. Il problema è che non c’è alcuna educazione emotiva, i ragazzi non sono educati al riconoscimento delle emozioni. Hanno accesso alla pornografia e oggettivizzano. Vivono “relazioni tossiche”, dicono loro».
Che spesso siano sprovveduti e privi di consapevolezza lo conferma Stefania Loddo, responsabile percorsi educativi e di formazione del Centro veneto progetti donna: «Dare la password è vissuto come un gesto romantico, di cura in senso protettivo: se non ti interessa con chi esco, di come mi vesto, con chi mi scrivo, vuol dire che non ti interesso abbastanza e non hai paura di perdermi e quindi vuol dire che non c’è passione, che è una relazione passeggera. Il nostro lavoro consiste nell’educare le ragazze a chiedersi come si sono sentite ad avere una rete di protezione.
Spieghiamo che se ci si sente a disagio, quella è la sensazione da ascoltare e quindi dovrebbero imparare a riconoscere il modo in cui si sentono e poi confrontarsi con la propria rete in modo da non finire in una relazione di violenza». Non è un lavoro facile quello con gli adolescenti, Stefania Loddo lo conferma: «I ragazzi non sono aperti, pronti a cambiare idea sul tema della violenza contro le donne. È una presa di posizione, si sentono attaccati perché se ne parla tantissimo e sono costretti a seguirlo anche a scuola. Radicalizzano alcune idee e diventa difficile fare un lavoro in orizzontale sul significato di quanto affermano: in alcuni casi questo rende il percorso di prevenzione più complicato perché bisogna provare a smontare queste idee granitiche, ma quando viene detta una cosa falsa noi diamo dati e strumenti per far capire, per esempio, cosa vuol dire violenza sessuale che non è solo stupro. Però se in classe ci sono persone con idee diverse, lo scambio tra loro, orizzontale, gestito da noi, funziona molto bene perché non è una lezione impartita dall’alto». Riconoscere la violenza, riconoscere le forme di violenza, avere consapevolezza di sé, avere riferimenti sul territorio: questo è il compito di chi va nelle scuole e lavora sull’educazione affettiva. Spesso i ragazzi non conoscono il punto giovani, non sanno che esistono strutture pronte a dare aiuto e strumenti di conoscenza. «Ma perché nonostante questa situazione vissuta dai ragazzi, i genitori si oppongono a progetti di educazione affettiva?». È questa la domanda che il dott. Paduanello pone ed è difficile individuare la risposta, anche perché a Padova e in provincia il lavoro delle amministrazioni e della vasta rete di attori coinvolti nel 2021 ha dato vita al Tavolo Prevenire e Promuovere che il prossimo anno scolastico attiverà numerosi percorsi di formazione della durata complessiva di sei ore per ciascun gruppo, con l’obiettivo di promuovere un’educazione al rispetto, al consenso e alla parità, per contrastare la violenza strutturale di genere. L’amministrazione comunale e provinciale di Padova, anche con il contributo della Fondazione Giulia Cecchettin, hanno organizzato una sessantina di progetti che coinvolgerà anche una ventina di operatrici del Centro veneto progetti donna, progetti ai quali si sommano il già citato “È amore (di) sicuro” e “Pcto-Percorso educativo multidisciplinare per il contrasto della disparità di genere”, promosso dalla Camera di commercio di Padova in collaborazione con Rel.Azioni Positive e l’Ordine dei Commercialisti e il progetto “Contro la violenza di ogni genere”, a cura dell’Università di Padova che prevede anche percorsi di formazione per docenti.

La violenza ha molte forme e spesso inizia già nell’adolescenza. Il 31,5 per cento delle donne (quasi 7 milioni), in Italia, tra i 16 e i 60 anni ha subito violenze fisiche o sessuali, mentre il 10,6 per cento delle ragazze sotto i 16 anni ha subito abusi, quasi sempre da persone conosciute, nell’80 per cento dei casi. Un’indagine condotta da Ipsos e Save The Children rivela che molti giovani colpevolizzano le vittime: il 29 per cento accusano le ragazze per il loro abbigliamento o per il comportamento, il 24 per cento se non dicono chiaramente “no”. Il 13,6 per cento delle violenze è compiuto da partner o ex, e il 16,1 per cento delle donne ha subito stalking, spesso senza denunciare. E sul bullismo e cyberbullismo l’Istat ha rilevato che nel 2023 il 68,5 per cento dei ragazzi tra gli 11 e i 19 anni ha dichiarato di essere rimasto vittima di questi atti offensivi e intimidatori.
«Bassano del Grappa, una scuola superiore, una chat di classe dove compare il sondaggio: “Chi si meritava di più di essere uccisa?” Giulia Tramontano. Mariella Anastasi. Giulia Cecchettin. Tre nomi. Tre giovani donne. Tre storie che portano molto con sé». La denuncia arriva dalla pagina Facebook dall’associazione bassanese Women For Freedom: «Non è solo una bravata di cattivo gusto…È uno specchio rotto in cui si riflette una parte della nostra società che ancora non capisce. Ogni volta che minimizziamo, normalizziamo. Ogni volta che perdoniamo in silenzio, legittimiamo. Ogni volta che archiviamo, contribuiamo a costruire una società in cui il femminicidio non è un allarme sociale…Non serve la rabbia. Serve il coraggio di guardarci dentro. Di chiederci come mai un adolescente si sente legittimato a scherzare su un femminicidio».
Il 28 giugno l’Ordine delle psicologhe e psicologi del Veneto ha organizzato un dibattito, “Adolescenti e violenza: tra Psicologia e Giustizia”, che ha riunito esperti da tutta Italia per affrontare l’aumento della violenza giovanile. È emerso che non solo i contesti di marginalità estrema portano alla devianza: oggi molti adolescenti provengono da famiglie presenti ma deboli sul piano educativo: «Quando la violenza supera la ribellione tipica dell’adolescenza – sottolinea Emiliano Guarinon, psicologo e tesoriere dell’Ordine – ci si deve interrogare sui messaggi educativi ricevuti e mancati. Il passaggio all’atto violento è spesso indice di carenza di filtri cognitivi ed emotivi. Come comunità educante dobbiamo offrire strumenti e speranza, anche quando il contesto rema contro. La fiducia nel futuro è un dovere morale».