Idee
Un’estate bollente e non solo per l’emergenza climatica. Difficile capire in che modo si risolverà “l’emergenza migranti” dopo che la scelta del Governo italiano di chiudere lo spazio Schengen verso la Spagna ha come risultato l’applicazione del trattato di Dublino da parte di sempre più Stati europei con una sorta di effetto domino.
L’invasione paventata dopo quanto accaduto nell’exclave spagnola in territorio marocchino di Ceuta a fine luglio non c’è stata, ma le reazioni politiche sono precipitate e questo già con il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea, entrato in vigore lo scorso 12 giugno: adottato per gestire in modo strutturale e comune i flussi migratori, introduce controlli di sicurezza accelerati e un sistema di solidarietà obbligatorio tra i Paesi Ue.
«Trovarsi di fronte a nove regolamenti e una direttiva attivati nel giro di un anno e mezzo è complicatissimo – spiega Marco Ferrero, avvocato padovano e docente di diritto dell’immigrazione all’Università Ca’ Foscari di Venezia – Il processo di integrazione europea sulle politiche migratorie e dell’asilo, a cui abbiamo assistito dal 1999 con il trattato di Amsterdam, si è sviluppato in maniera importante. L’Europa si è dotata di un sistema omogeneo di regole molto stringente: tre direttive e poi una maggiore collaborazione nella raccolta delle informazioni e la creazione dell’Agenzia europea con sede a Malta. La terza versione del regolamento di Dublino e le direttive che riguardano i migranti non li considerano in quanto tali, ma affermano discriminazioni legate al lavoro con un approccio che punta su una prospettiva sicuritaria, ma anche con una crescita di dispositivi collegati a quella parte del mondo del lavoro che vede gli immigrati come categoria prevalente. Con il nuovo patto europeo si archivia la questione lavoro, che è sempre stato l’elemento qualificante, e l’asilo come tutela. Ora si cerca di esternalizzare il più possibile e, se non è possibile, si pratica la finzione del “non ingresso”, cioè finché ci sono accertamenti in corso si finge che non siano ancora entrati, con un rischio di incertezza giuridica per i migranti e anche per gli enti coinvolti».
Insomma, l’Europa sta rinunciando a vedere quanto accade nel resto del mondo e ora le politiche per il lavoro sono lasciate agli Stati nazionali senza nessun tentativo di armonizzare ulteriormente l’approccio perché oggi prevale il controllo: si stringono le maglie con una contrazione dei tempi delle procedure che «consegna alla pubblica sicurezza di frontiera una discrezionalità difficilmente sindacabile». I regolamenti Ue inoltre sono validi immediatamente con effetti giuridici ma anche politici, perché la sovranità nazionale è sminuita: «Si riduce lo spazio democratico, perché il regolamento si deve applicare così com’è e chi volesse discuterlo dovrebbe andare alla Corte di giustizia europea e alla Corte costituzionale».
L’Europa è diventata una fortezza? «Sì – non ha dubbi Ferrero – Il nuovo regolamento sarebbe stato l’occasione per far sì che i Paesi del Sud Europa, Italia, Portogallo e Grecia in primis, dove vive la prima generazione attiva di immigrati e la seconda è agli inizi, potessero gestire al meglio i bisogni. Abbiamo carenza di personale e anche gli imprenditori hanno capito che gli immigrati servono». Veneto Lavoro, ente della Regione per le politiche del lavoro, ha deciso di inserire esperti di immigrazione in tutti i centri per l’impiego del Veneto, oltre a creare una task force interna nella direzione per rendere adeguata l’azione dell’ente non solo per chi arriva, ma anche come agente di sistema per le categorie economiche: «C’è una grande disinformazione anche tra i soggetti che dovrebbero facilitare e supportare l’incontro tra domanda e offerta di lavoro e così è stata attivata la formazione all’estero per le imprese in modo che chi arriva ha già il lavoro, ma siamo all’inizio di un percorso che già vent’anni fa era possibile. Il fatto è che non c’è mai stata una politica di sistema per promuovere ingressi legali e l’85 per cento degli immigrati è entrato clandestinamente o grazie a una sanatoria o all’asilo. Siamo dentro la propaganda che vede il migrante come nemico pubblico numero uno, ma la gente ha imparato a convivere con l’immigrato (tra lavoro e scuola). Ci siamo abituati alla “rispostina al problemone” e il fatto che l’italiano medio accetti di discutere come una tifoseria è drammatico. Servono ragionamenti complessi perché una persona non è solo un lavoratore e quindi non basta il posto di lavoro, ma serve l’integrazione perché vanno risolti i problemi della vita: la casa, il quartiere, la scuola, la salute, il tempo libero».

Il 12 giugno è entrato ufficialmente in vigore il nuovo Patto europeo sulla migrazione e l’asilo in tutti gli Stati membri dell’Unione Europea. Il patto riforma in modo strutturale le politiche comuni di gestione dei flussi, introduce controlli più rigidi alle frontiere esterne, procedure uniformi per i richiedenti asilo e la ripartizione tra gli Stati membri della gestione dei flussi.
Al Meeting di Rimini il 22 agosto papa Leone XIV ha pronunciato un discorso di profondo impatto etico e politico, incentrato su migranti, pace e dignità umana. Davanti a una platea di circa 60 mila persone, il pontefice ha detto parole destinate a far discutere: «Prima dei confini, ci sono sempre le persone».Il papa ha espresso un duro monito contro l’egoismo delle nazioni e i rapporti di potere ingiusti che alimentano le disuguaglianze e le migrazioni forzate. Ha chiesto con forza di porre al centro la protezione dei minori migranti, la cui dignità viene calpestata in troppi modi. Condannando la «cultura della potenza» e il cinismo geopolitico, ha esortato l’Europa e la comunità globale a invertire la rotta. Non si può soffiare sulla disperazione dei popoli, bensì occorre accogliere l’umanità ferita, contrastando il «falso realismo che riarma le menti e le nazioni» per riscoprire il valore profondo dell’incontro e della vera fraternità civile.