Idee
È quanto mai vivo il dibattito sul ruolo della donna nella Chiesa. La questione sulla “smaschilizzazione” della Chiesa o chi può accedere a un ministero, rivela interrogativi più profondi: quale modello di ministero e quale Chiesa vogliamo? Se il ministero resta percepito più come potere che come servizio, il confronto su chi vi accede rimane incompleto. A ribadirlo è suor Linda Pocher, salesiana, da tempo impegnata su questi temi. Oggi, come indica il cammino sinodale, la riflessione, sottolinea, è chiamata a spostarsi nelle comunità, dove le domande diventano esperienza e corresponsabilità.
A che punto è il cammino sulla “smaschilizzazione” della Chiesa?
«Ogni volta che si parla di diaconato femminile le posizioni si irrigidiscono: c’è chi teme una rottura con la tradizione e chi legge ogni prudenza come chiusura. Ma la domanda è un’altra. Non è solo in gioco il diaconato: è in gioco l’idea di Chiesa che stiamo difendendo, spesso senza accorgercene. Nei vari incontri ai quali partecipo emerge un lavoro teologico intenso, le pubblicazioni e i confronti non mancano. I tempi non saranno brevi, ma sono fiduciosa, il processo è avviato».
La Commissione di studio vaticana ha di recente frenato su un cambio di rotta.
«Nel rapporto si ribadisce che, allo stato attuale, non si può affermare l’accesso delle donne al diaconato come grado del sacramento dell’Ordine. Alcuni lo hanno letto come una chiusura. In realtà il testo lascia aperte questioni decisive: che cos’è il ministero? Come si collocano potere, servizio e riconoscimento nella vita ecclesiale? Se il diaconato fosse davvero compreso come servizio, farebbe meno paura. Ma nella prassi il ministero è ancora percepito come potere simbolico e decisionale. Il nodo non è solo chi vi accede, ma il modello che lo sostiene».
La pubblicazione del gruppo di studio cosa indica?
«Il segnale è chiaro: il dibattito non è chiuso. La scelta della trasparenza è stata significativa e il papa non si è pronunciato in modo definitivo. Questo dice che il confronto resta aperto».
Perché lei parla di questione “culturale”?
«Perché la smaschilizzazione della Chiesa non è solo istituzionale o dottrinale. In Evangelii Gaudium papa Francesco ricorda che “la grazia presuppone la cultura”. Per secoli abbiamo identificato cristianesimo e cultura europea, senza riconoscere lo scarto tra Vangelo e forme storiche. Oggi siamo più consapevoli che la cultura va continuamente evangelizzata e il Vangelo continuamente ricompreso. Il cambiamento che viviamo è parte di un grande rivolgimento culturale: pensiamo ai ruoli di genere e alla famiglia. Quel mondo rigidamente ordinato non esiste più. Non si può tornare indietro».
Ci sono esperienze concrete?
«In alcune realtà del Nord Europa le donne già coordinano comunità, guidano celebrazioni senza Eucaristia, assumono responsabilità pastorali. Ma il tema non riguarda solo le donne: riguarda il ruolo dei laici in questo momento storico».
E in Italia?
«La situazione è molto diversa da Diocesi a Diocesi, da parrocchia a parrocchia. In alcuni contesti si lavora seriamente sui ministeri laicali e sempre più donne guidano uffici diocesani, cosa impensabile fino a pochi anni fa. Altrove il tema è appena agli inizi. I processi dipendono dalle persone».
Qual è la questione decisiva?
«Non solo “quando” o “se” il diaconato femminile sarà possibile. La domanda più radicale è: che Chiesa vogliamo? Una Chiesa che protegge se stessa o che si lascia convertire anche dalle domande delle donne credenti? Finché discuteremo solo di accesso ai ministeri, rischiamo di non vedere il punto centrale: come viene esercitato il potere nella Chiesa? È su questo che si gioca il futuro del “noi” ecclesiale».
C’è desiderio di confronto nelle comunità?
«Sì – sostiene Linda Pocher – Negli incontri emerge un forte bisogno di ascolto, che è anche il cuore del cammino sinodale. Ascoltare non significa contare le maggioranze, ma cercare un consenso più profondo. Inoltre, il Sinodo ha lasciato spazi di sperimentazione a Diocesi e parrocchie: lì si gioca molto».