Idee
Dall’11 giugno al 19 luglio si svolgerà a Città del Messico la competizione globale tra squadre nazionali di calcio dalla quale è rimasta esclusa quella italiana non essendo riuscita a superare le prove di accesso alla competizione. Lo spettacolo coinvolgerà un minor numero di italiani ma rimane un appuntamento che vorrebbe inserirsi come pausa di serenità in un temo di turbolenza. È però possibile assistere senza domande a una gara sportiva che è per sua natura pacifica mentre attorno la voce delle armi copre il grido degli innocenti?
Le armi non hanno forse sgonfiato il pallone rendendolo inutilizzabile?
D’altra parte, sospendere il Mondiale non porterebbe ad alcun ripensamento a imprenditori e a decisori politici armati mentre avrebbe senso ed efficacia un grido di pace che anche dal campo di calcio mondiale arrivasse ai palazzi.
Su questo punto non è d’accordo chi sostiene come irrinunciabile la distinzione tra sport e politica, tuttavia non si può negare che se lo specifico dell’attività sportiva diventa separatezza dalla realtà c’è il rischio è di sgonfiare il pallone, di rimuovere la cultura del rispetto dell’altro che è propria dello sport. La specificità quando diventa separatezza finisce per avallare la frammentazione del pensiero e di conseguenza di annullare la sua capacità di avere una visione d’insieme.
Ma se questo è un aspetto su cui riflettere e confrontarsi non con la logica della contrapposizione ma con quella del discernimento un’altra preoccupazione si fa strada.
Commenta al riguardo Mauro Berruto in un articolo su letteratura e sport apparso su Avvenire del 5 giugno: “Si gioca, si corre, si segna, si vince e si perde, ma lo sport che molti di noi hanno conosciuto da bambini dà l’impressione di essersi dissolto. Non in un giorno preciso ma attraverso una lenta evaporazione della sua anima”.
È un segnale d’allarme che non si dovrebbe trascurare osservando quello che oggi, ma non solo oggi, sta avvenendo nel mondo del calcio e che pone sul tavolo questioni morali ed etiche.
Il primato dei soldi ha preso il sopravvento sul primato delle persone. Anche i tifosi, ridotti a clienti sono presi nel laccio degli affari e della strumentalizzazione.
Vale anche in questo caso l’esercizio del discernimento per non far prevalere le sterili posizioni degli apocalittici oppure, al contrario, quelle degli ottimisti. Il compito di risalire la china spetta in primo luogo a dirigenti e giocatori ma è evidente che la responsabilità di non cullarsi nella nostalgia di uno sport pulito – peraltro nato negli oratori, nei cortili e in ogni spazio minimamente adatto – chiama in causa anche la società chiedendole di reagire alla lenta evaporazione dell’anima di un gioco che era povero e pulito.
Una risposta controcorrente, forse piccola ma significativa almeno su piano educativo, viene da quanti sul territorio mettono in campo, oltre al pallone e alle abilità calcistiche, l’insieme di valori e di principi che portano a ritrovare il senso della competizione che non è quello di annientare l’altro per vincere ma è vincere con l’altro, vincere gareggiando nello stimarsi a vicenda. E neppure è quello di trasformare lo sport in un mercato fuori controllo.
Altrimenti il pallone rimarrà sgonfio e anche umiliato ai bordi di un rettangolo verde.