Idee
Della ben nota vicenda che ha coinvolto una parrocchia del Comune di Albignasego si è detto e scritto tanto, forse anche troppo, come accade in queste tristi occasioni. Non voglio aggiungere altre parole alle già tante spese, ma condividere una riflessione a margine di ciò che è accaduto.
Chi non ricorda di cosa parlo sa dove cercare: in rete, tutto rimane, indelebile, per sempre. E rimangono anche le memorie di chi, pochi anni fa, aveva vissuto nella stessa comunità momenti altrettanto difficili. Né possiamo dimenticare che, in questo stesso Comune, altre due parrocchie hanno conosciuto, solo pochi mesi fa, strappi particolarmente dolorosi.
Ma non sono queste vicende ad avermi spinto a condividere questa riflessione. Ciò che mi colpisce è che nonostante tutto questo, i credenti continuano a frequentare queste comunità e ad amare la nostra povera Chiesa.
Non sono ingenuo. So bene che alcune persone, scandalizzate e ferite, hanno deciso di chiudere la pratica – «parrocchia», «Chiesa», «Dio» – e tutto ciò che ci gira attorno. È una scelta comprensibile, persino umanamente inevitabile per chi ha subìto un torto grave nel luogo stesso in cui cercava riparo. Il Signore conosce le ferite di ciascuno, e non è nostro compito giudicare chi si allontana.
Eppure ci sono altri – e sono più numerosi di quanto si pensi – che, nonostante tutto, continuano a rimanere dentro. Che rimangono anche quando tutto sembrerebbe spingerli fuori. Che tornano ogni domenica, con un’amarezza nel cuore che non nascondono, ma con i piedi ancora sulla soglia della chiesa. Alcune di queste persone, segnate da certe vicende, hanno scelto di spostarsi in una comunità vicina, pur restando all’interno della Chiesa: non una fuga, ma un passo laterale, una ricerca di respiro senza abbandonare la casa.
Una riflessione più profonda ci invita a scorgere in queste situazioni dolorose qualcosa di inaspettato: un segno di speranza. Non malgrado le ferite, ma dentro di esse.
Il profeta Elia, dopo la disfatta sul monte Oreb, esausto e deluso, si sdraiò sotto un ginepro e chiese di morire: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita» (1 Re 19,4). Eppure, anche lì, un angelo lo toccò due volte e gli disse: «Alzati e mangia, perché è troppo lungo per te il cammino». Dio non compare nelle grandi manifestazioni di fuoco o nel terremoto, ma in una voce silenziosa e sottile. È lì, nel filo di brezza, che si rivela. È lì, nella fatica di chi rimane, che si mostra.
San Paolo scriveva ai Romani: «Noi ci vantiamo anche nelle tribolazioni, ben sapendo che la tribolazione produce pazienza, la pazienza una virtù provata e la virtù provata la speranza» (Rm 5,3-4). Non è ottimismo facile. È qualcosa di più duro e più bello: la certezza che le crepe nella roccia non significano che la roccia non esiste.
Dobbiamo avere il coraggio di dirlo chiaramente: la Chiesa può deludere. I suoi ministri possono sbagliare, a volte, gravemente. Chi si aspetta perfezione dai suoi rappresentanti è destinato a incontrare uno scandalo prima o poi. Gesù stesso ne aveva avvertito: «È inevitabile che vengano gli scandali, ma guai a colui a causa del quale vengono» (Lc 17,1).
Eppure la Chiesa regge. Non perché i suoi uomini siano migliori degli altri, ma perché non è soltanto un’istituzione umana. Chi rimane dentro – pur ferito, pur arrabbiato, pur deluso – sta testimoniando, forse senza saperlo, una verità che va oltre la qualità dei suoi pastori. Sta dicendo che la sua fede non è riposta in una persona, in un sacerdote, in una struttura. Sta dicendo, con la sua sola presenza, che Gesù di Nazaret è vivo, indipendentemente dalle miserie di chi è chiamato a rappresentarlo.
«Signore, da chi andremo? Tu solo hai parole di vita eterna» (Gv 6,68): così rispondeva Pietro a Gesù, nel momento in cui molti discepoli si allontanavano. Non «sei perfetto», non «i tuoi rappresentanti sono all’altezza». Solo: «Non sappiamo dove altro andare, perché ciò che hai detto brucia ancora come vero».
Vorrei che fosse chiaro: non sto invitando nessuno a restare in una situazione che lo ferisce ulteriormente, né a tacere davanti a ciò che è ingiusto. La fedeltà alla Chiesa non è sinonimo di acquiescenza, e amare la propria comunità non significa chiudere gli occhi sui fallimenti di chi la guida.
Ma chi rimane dentro – chi torna, chi resiste, chi ricostruisce – compie qualcosa che assomiglia a un atto di fede. Non nella perfezione dell’istituzione, ma nel Vangelo che essa, malgrado tutto, continua a custodire e trasmettere. «Abbiamo questo tesoro in vasi di creta – ricordava Paolo (2 Cor 4,7) – affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi».
I vasi di creta si rompono. È la natura della creta. Ma il tesoro – il Vangelo, l’Eucaristia, la comunità dei credenti, la speranza della resurrezione – il tesoro rimane.
A chi è rimasto dentro, nonostante tutto: grazie! La vostra ostinazione non è ingenuità. È una forma di speranza che non si arrende. È la speranza di chi sa che la Chiesa non è nostra, ma di Cristo. E che Cristo non abbandona ciò che è suo.
A chi è uscito con la ferita nel cuore: Dio vi conosce, e vi precede. Anche fuori dalle nostre parrocchie, anche lontano dai nostri riti, la sua voce continua a chiamare.
E a noi pastori – a me per primo – rimane una domanda scomoda, che queste vicende consegnano senza possibilità di evasione: stiamo servendo o stiamo gestendo? Stiamo cercando il volto di Cristo nei fratelli, o stiamo amministrando un’istituzione di cui custodiamo gli interessi?
«Non noi, Signore, non noi, ma il tuo nome da’ gloria» (Sal 115,1).