Chiesa
Quasi un unicum. Si può definire così ciò che è successo venerdì 6 marzo a Villa Immacolata. I 15 vescovi del Triveneto, a conclusione della settimana di esercizi spirituali, hanno incontrato i direttori dei 18 istituti carcerari del Triveneto – compresa la realtà minorile – guidati da Rosella Santoro, Provveditore regionale dell’amministrazione penitenziaria di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino Alto Adige. «A noi vescovi interessa il mondo del carcere, certamente perché è un’opera di carità, ma soprattutto perché siamo cittadini – ha sottolineato il presidente dei vescovi della Cet-Conferenza episcopale Triveneto, mons. Francesco Moraglia – E da cittadini a cui sta a cuore la Costituzione, vogliamo interloquire con il mondo del carcere per servire la nostra società».
L’incontro – quasi un unicum perché solo in Lombardia, l’anno scorso, ne è stato promosso uno simile – aveva l’intento di conoscersi, ascoltarsi e capire «al fine di collaborare – ha sottolineato mons. Carlo Redaelli, amministratore diocesano di Gorizia e incaricato per la pastorale penitenziaria del Triveneto – per offrire alle persone ristrette, pur nella diversità di compiti, un percorso il più possibile adeguato e umanizzante di rieducazione e reinserimento. Per fare questo, vorremmo avviare un tavolo comune. Certo, non si parte da zero, perché già si collabora».
Il provveditore Rosella Santoro, che ha molto apprezzato la proposta, ha sottolineato che «il carcere è vissuto come società nella società, ma non ha sempre l’attenzione che merita. Il mondo ecclesiale è molto vicino al carcere, ma a volte viene considerato come un contesto poco sentito. Eppure noi lavoriamo affinché le persone recluse possano, attraverso percorsi di rieducazione – come indicato nell’articolo 27 della Costituzione – reinserirsi nella società».
Per una cultura dell’incontro
Dopo una panoramica sulle cappellanie nel Triveneto, si è aperto un momento di confronti tra i partecipanti. Uno dei primi direttori a intervenire è stato quello della casa di reclusione di Padova. Qui, a inizio 2026, si è verificata una situazione di emergenza – sulla quale si è pronunciato anche il vescovo Claudio Cipolla – a seguito dell’improvviso trasferimento di alcune persone detenute dell’Alta sicurezza, aggravata dal suicidio di due persone detenute.
Maria Gabriella Lusi, dal 2025 alla guida della casa di reclusione di Padova, ha evidenziato che «al direttore è attributo il compito di rendere armonioso l’apporto di tante realtà, così da favorire la conoscenza reciproca e operare in sinergia. Questo richiama l’idea del carcere come luogo di incontri costruttivi. In questo senso va il rapporto con la cappellania presente nella casa di reclusione (attiva dal 2011, è composta da una sessantina di persone, ndr); finora ci siamo incontrati solo una volta a cena, ma penso che camminare insieme può far crescere la qualità del servizio reso alle persone detenute. Per come opera la cappellania, non solo nei confronti dei reclusi ma di tutto il carcere, ci sono i presupposti perché di cultura dell’incontro si parli sempre di più».
La “missione” dei cappellani
Da tutti i direttori il grazie, ma anche la sorpresa, per l’invito ricevuto. «La presenza della Chiesa è stata nella mia esperienza – ha sottolineato Alberto Quagliotto, ora al circondariale di Treviso, ma in precedenza impegnato anche in altre città del Triveneto – Vorrei vederla di più in carcere… Non sarebbe male che i parroci entrassero per incontrare i loro parrocchiani». «Nella nostra realtà – ha raccontato il direttore di Gorizia, Caterina Leva – grazie al rapporto con la Caritas, molti detenuti sono stati avviati al lavoro». Il direttore di Verona, Maria Grazia Bregoli, ha evidenziato che «la comunità del carcere è complicata, ma il dialogo aiuta ad affrontare le varie situazioni. I cappellani in carcere non hanno solo una missione pastorale; la loro è una missione d’ascolto».
A cuore la “parrocchia del carcere”
Il vescovo di Belluno-Feltre, mons. Renato Marangoni, ha auspicato di capire meglio lo spazio di movimenti della cappellania. Per il vescovo di Padova, mons. Claudio Cipolla, non è semplice comprendere «quale direzione prende la politica carceraria». A Rovigo è stato da poco inaugurato l’Istituto penale per i minorenni, «che la città non ha gradito – ha sottolineato il vescovo, mons. Pierantonio Pavanello – Dobbiamo registrare che il clima generale è molto negativo. Il rischio è che, in questo scenario, non si riesca a mettere in atto iniziative per il bene delle persone detenute». «Con l’Istituto penale minorile che se ne va – ha evidenziato il vescovo di Treviso, mons. Michele Tomasi – È come se un pezzo di Diocesi andasse via… Il fatto che ci sia o non ci sia uno di questi istituti, non è indifferente. Anche per un tessuto di Chiesa…». Il vescovo di Trento, mons. Lauro Tisi, ha condiviso questo pensiero con i direttori dei penitenziari: «Ho pochi preti, ma non rinuncerei a prendermi cura della parrocchia del carcere. Se costruissimo sulla fragilità, avremmo una società migliore».
Continuiamo a incontrarci
Don Mariano Dal Ponte, che coordina i cappellani del Triveneto ed è impegnato nella casa circondariale di Padova, ha sottolineato – in conclusione – che «se ascoltiamo la prospettiva dell’altro…riusciamo a fare di più. Questo incontro è stato un ottimo inizio». Dal patriarca Moraglia l’invito a «investire sul cappellano, come Chiesa e come struttura penitenziaria» e a incontrarsi nuovamente – vescovi e direttori – per il «bene delle persone detenute».
In Triveneto sono presenti 16 penitenziari che accolgono circa 4.100 persone detenute adulte, il 52 per cento straniere. Un carcere, quello di Venezia, è interamente femminile; ci sono, poi, sezioni dedicate alle donne in strutture a prevalenza maschile. La realtà numericamente più grande è la casa di reclusione di Padova, dove si sono superate le 600 presenze; la media è di 300/400 detenuti a carcere.
A Pordenone il carcere verrà chiuso e aprirà la sede di San Vito al Tagliamento. La struttura più nuova, in Triveneto, è Trento. «Qui – racconta il provveditore Santoro – a maggio verrà inaugurata un’attività di rieducazione unica in Italia: si aprirà una pizzeria, con il finanziamento della provincia e la gestione di una cooperativa, dove saranno impiegate le persone detenute che rientrano tra quelle che possono lavorare all’esterno (articolo 21). Ma questa è solo una delle tante attività promosse nelle carceri».
Nel territorio della regione ecclesiastica è presente anche l’Ipm-Istituto penale per i minorenni: a gennaio 2026 è stata inaugurata la nuova sede di Rovigo, non ancora attiva, mentre la “storica” di Treviso verrà chiusa nel corso dell’anno. Nelle 18 carceri sono impiegati 2.300 agenti di polizia penitenziaria.
Il vescovo di Napoli, card. Mimmo Battaglia, ha scritto una Lettera ai mercanti della morte: «A voi che fate affari con il sangue degli uomini, a voi che contate i profitti mentre le madri contano i figli, a voi che chiamate “strategia” ciò che il Vangelo chiama scandalo, rivolgo parole che non nascono dalla diplomazia, ma dalla ferita». «Vi scrivo mentre il mondo sembra aver imparato di nuovo il linguaggio di Caino. Quel linguaggio antico e terribile che domanda: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. E invece sì, lo siamo. Lo siamo tutti. E voi, più di altri, perché avete scelto non soltanto di voltare lo sguardo, ma di trarre guadagno dalla ferita del fratello». «Io vi chiedo, allora, non solo di fermarvi. Vi chiedo di convertirvi. Convertirsi significa… riconoscere che la vita umana è sacra, o non sarà più umana. Significa uscire dalla logica del profitto per entrare in quella della custodia. Significa avere il coraggio, finalmente, di perdere denaro per salvare uomini». «A voi, mercanti della morte, dico dunque l’ultima parola non come condanna, ma come supplica: restituite il futuro. Restituite il respiro. Restituite i figli alle madri, i padri alle case, i sogni alla terra. Restituitevi alla vostra umanità. La pace vi giudicherà. Ma, se lo vorrete, la pace potrà ancora salvarvi. Con dolore, con speranza, con il Vangelo tra le mani».
La lettera è pubblicata sul sito chiesadinapoli.it