Mosaico
L’immagine che incontriamo su Fb è da leccarsi i baffi. Sembra quasi di sentire il profumo delle ciliegie e del loro sciroppo intento a danzare con le note di vaniglia della pastella pronta per essere cotta sulla piastra.
“Oggi ci sono waffle con ciliegie calde… – si legge nel post pubblicato venerdì scorso, 9 gennaio –. Che aspettate? Andate alla Gastkirche a prendere qualcosa di caldo e gustoso…”.
Ci troviamo a Kray, quartiere orientale di Essen, nella Renania Settentionale – Vestfalia, in Germania. Sui suoi circa 6 chilometri quadrati, vivono oggi 20mila persone.
Nato agli inizi del Novecento, il centro storico del quartiere è stato in buona parte graziato dalla guerra e per questo è rimasto pressoché invariato nel tempo. Kray può essere inquadrato come un quartiere “di passaggio”. Durante l’industrializzazione ha accolto molti immigrati. Qualche anno più tardi, poi, durante la depressione degli anni Venti, buona parte dei suoi abitanti sono emigrati in cerca di fortuna negli Stati Uniti o in Brasile, per lo più nella zona di Porto Alegre. Dopo la seconda guerra mondiale, i profughi provenienti dall’est trovano un primo rifugio nelle baracche situate nel grande campo – oggi edificato – tra la Krayerstrasse e la Riddershofstrasse, nelle immediate vicinanze dell’autostrada federale A40 e a meno di dieci minuti di macchina dalla Ruhr, il fiume tedesco che dà il nome ad una delle più grandi aree urbane europee. Per alcuni anni i profughi hanno trovato ospitalità nella Krayer Jugenhalle (il centro giovanile del quartiere). E ancora oggi – in ragione soprattutto del conflitto in Ucraina – il quartiere apre le sue porte a profughi e immigrati.
Seguendo il profumo dei waffle alla vaniglia, ci spostiamo qualche isolato più a nord e arriviamo davanti a una chiesa, i cui mattoni richiamano il rosso acceso delle ciliegie che danzano nello sciroppo caldo. È la “Gastkirche St. Barbara”.
In tedesco, il termine “Gast” indica l’ospite. Lo ritroviamo nella parola “Gasthaus” (ristorante), letteralmente “casa ospitale”, ancora “Gastmutter” o “Gastvater”, che sono “la mamma e il papà ospitanti”, vale a dire quelle mamme e quei papà che ospitano i ragazzi nei progetti di intercultura promossi da diverse scuole e associazioni.
Per sua natura una chiesa è chiamata ad essere “ospitale”. La chiesa di S. Barbara nel quartiere Kray di Essen lo è un po’ più di altre.
A raccontarne la storia al portale katholisch.de è la sessantenne Elke Scheermesser, che insieme ad altre due volontarie della parrocchia porta avanti il progetto della “Gastkirche”.
Tutto inizia dieci anni fa, nel 2015, con il processo di sviluppo parrocchiale della diocesi di Essen. Il calo di interesse per la Chiesa e l’aumento delle dimissioni – con il conseguente esonero dal pagamento della tassa ecclesiastica (Kirchensteuer) – hanno posto la diocesi di fronte ad una serie di sfide di natura economica. A ciascuna parrocchia è stato pertanto chiesto di riflettere sulle prospettive future e di immaginare come sarebbe potuto essere il lavoro pastorale negli anni a venire e, soprattutto, quali strutture non sarebbero più state necessarie.
“Essen-Kray è un quartiere socialmente svantaggiato – spiega Scheermesser –. Abbiamo molti rifugiati, migranti e persone che si sono viste costrette a chiedere sussidi sociali. Per questa ragione, la parrocchia di S. Laurentius, nel cui territorio sorge la chiesa di S. Barbara, ha pensato che questa fosse il luogo perfetto per far nascere una “chiesa sociale”. L’idea era quella di occuparsi dei casi sociali più problematici e dei gruppi emarginati del quartiere”.
Ma “chiesa sociale” suonava male. La parola “sociale” creava incertezze e perplessità. Incertezze nei fedeli che temevano che la chiesa venisse trasformata in un “centro sociale”, cancellando così di fatto la celebrazione delle funzioni religiose. Perplessità in chi sarebbe andato a chiedere un aiuto, nel timore di essere etichettato nel quartiere come un “assistito sociale”. La visita a Recklinghausen – cittadina a una trentina di chilometri di distanza – dove dal 1978 è presente una “Gastkirche”, ossia un luogo di attività socio-diaconali, ha aiutato i responsabili della parrocchia a trovare il nome giusto per questo progetto. “Gastkirche è un nome caldo e invitante – spiega Scheermesser – Nessuno deve vergognarsi di frequentare una Gastkirche”.
Il progetto ha mosso i primi passi nel 2019, con un caffè domenicale in chiesa. Gli inizi non sono stati certo facili. L’arrivo dei primi tavoli e delle prime sedie ha suscitato delle critiche su Fb. “C’è stato chi ci ha chiesto come potessimo mangiare e bere in un luogo di culto e che Gesù non lo avrebbe approvato – ricorda Scheermesser – Come si può essere così ottusi e conservatori? Quello che facciamo qui è esattamente ciò che viene predicato nel Vangelo e nient’altro”.
Da allora ad oggi il progetto è andato via via crescendo, come si può vedere anche sull’account Ig della Gastkirche. Anche durante il periodo della pandemia, quando – come tutte le strutture – anche la Gastkirche ha dovuto chiudere i battenti. “Ci siamo subito resi conto che i nostri ospiti avevano quanto mai bisogno di cibo – racconta Scheermesser – ed allora abbiamo allestito una recinzione dove mettevamo alimenti in scatola che potevano essere presi gratuitamente da chi ne aveva bisogno. L’offerta è valida ancora oggi, ma non più sotto forma di “recinzione self-service”, ma come distribuzione coordinata di generi alimentari”. E di vestiario: in fondo alla chiesa, infatti, sono stati sistemate due relle piene di grucce cariche di abiti di seconda mano, che attendono di trovare chi riscaldare nei mesi invernali e riempire di colori in quelli estivi.
Dopo l’emergenza Covid, i volontari della Gastkirche si sono ritrovati nel 2022 ad affrontare un’altra sfida. Dopo lo scoppio della guerra In Ucraina, il venerdì hanno avviato un caffè dedicato specificatamente ai rifugiati ucraini. Poco tempo dopo l’offerta è stata aperta a tutti coloro che hanno bisogno di aiuto.
Recentemente è stato introdotto il pranzo comune, ogni martedì dalle 13 alle 14.30. Le panche in fondo alla chiesa si allargano e si “convertono”, ossia vengono girate per servire alle tavolate apparecchiate per i “Gäste”, ossia gli ospiti. Una quarantina di persone ogni settimana. I pasti sono donati da una pizzeria locale, dalla “Franz-Sales-Haus” (struttura per persone disabili a Essen) o vengono preparati da una cuoca volontaria. Il team della Gastkirche è composto da una trentina di volontari, due terzi dei quali sono membri attivi della comunità parrocchiale. “Gli altri sono persone del quartiere che desiderano impegnarsi in questo progetto sociale”. E poi ci sono tre padri oblati che nel 2021, dopo essere venuti a conoscenza del progetto, hanno deciso di fondare un convento nella vecchia canonica, proprio accanto alla chiesa di S. Barbara. Come sacerdoti della diocesi di Essen, curano la pastorale nella Gastkirche e nelle comunità circostanti. E, naturalmente, partecipano al pranzo comune della Gastkirche, Condividendo con i vari ospiti il cibo e offrendo loro tempo e ascolto.
Negli anni la Gastkirche è diventata un luogo di convivenza, uno spazio per la diversità e un punto di riferimento per chi si trova nel bisogno. Ma il futuro di questo progetto è oggi assai incerto. “La fase sperimentale del progetto – spiega Scheermesser – si è conclusa alla fine del 2024. Da allora siamo in attesa di sapere se e come la Gastkirche potrà continuare”. L’alternativa è quella di mettere in vendita la chiesa. Ma il team della Gastkirche non ci sta. Nei mesi scorsi ha dato prova di fantasia e creatività per raccogliere la somma a cinque cifre da versare, all’inizio di ogni anno, per permettere al progetto di continuare. Organizzano concerti e letture in chiesa, offrono i loro locali e la loro collaborazione per i funerali e hanno istituito una raccolta fondi “al metro quadro”. “Con una piccola donazione permanente – spiega Scheermesser – i membri della comunità parrocchiale possono affittare simbolicamente uno o più metri quadrati della chiesa. Tutti i proventi e le donazioni vanno al progetto della Gastkirche”.
“Siamo abituati a conoscere dalla televisione le vicende delle persone bisognose. Qui, queste storie assumono nomi e volti. Ed è per questi nomi e per questi volti, che la Gastkirche esiste e deve poter continuare ad esistere”.