Chiesa
“No pictures, no pictures”, urlano mentre cercano di coprirsi il volto con un pezzo di cartone raccolto da terra. Ma stanno solo scherzando. Anzi, sorridono allo ‘straniero’ che si avventura dalle loro zone. Sono i bambini della piccola comunità beduina Mihtawish, della tribù Jahalin, sparsa in 14 villaggi, che vive a est di Gerusalemme, vicino a Khan al-Ahmar, nella cosiddetta Area C della Cisgiordania, che gli accordi di Oslo hanno posto sotto il pieno controllo civile e militare israeliano. Escono dalle loro case fatte con materiali di fortuna, legno, lamiere, mattoni recuperati, tende, plastica. Qui manca tutto: luce, acqua, servizi igienici e accesso ai servizi pubblici. Pochi pannelli solari garantiscono qualche ora di elettricità, mentre l’acqua viene raccolta da improvvisate fontanelle fatte con tubi di plastica. Sono questi bambini i primi testimoni della tradizionale ospitalità beduina.
Forti legami. Basta seguirli per arrivare a una tenda di lamiera arredata con dei tappeti e qualche cuscino dove si radunano le loro mamme, le donne della comunità, che mostrano i loro manufatti, borse ricamate, cartoncini augurali, piccoli monili, che provano a vendere per racimolare qualche shekel. Si chiamano Abeer, Fatima, Maha, Aisha, Basma, Sawsan, e, mentre preparano un caffè, raccontano una vita fatta di spostamenti continui che, per loro, che pure appartengono a una comunità semi-nomade, sono diventati pesanti. Parlano del forte legame che hanno con la loro terra e con il bestiame, da cui traggono il necessario per vivere: gli animali danno carne e latte e le colline tante erbe selvatiche da cucinare. Ma la loro vita quotidiana è scandita da un accesso limitato a questa stessa terra, da una limitata libertà di movimento e dalla costante pressione israeliana per un altro trasferimento.
L’avanzata dei coloni. Per capirne i motivi basta alzare lo sguardo verso l’alto, sulla cima delle colline brulle che circondano questi piccoli villaggi. Si vedono spuntare le case bianche dei coloni dell’insediamento di Kfar Adumim. “Alcune di queste case non si vedevano fino a quattro mesi fa” dice al Sir una delle donne, “i coloni avanzano e spesso vengono a minacciarci e a dirci che dobbiamo andare via da qui”. Poco lontano si vede sventolare una bandiera israeliana piantata dai coloni: “è il loro modo chiaro di dire che questa terra è ormai la loro e che non c’è posto per noi – spiega uno dei capi della comunità, Mohammad Abu Sulaiman –. Noi apparteniamo alla tribù Jahalin (la più numerosa tribù di beduini rifugiati di tutta la Cisgiordania, ndr.) e siamo originari di Tel Arad, nel deserto del Negev, da dove fummo espulsi dall’esercito israeliano negli anni ’50. Lì non possiamo tornare e allora vogliamo restare qui. Ma dopo il 7 ottobre 2023 la situazione è degenerata. Le incursioni dei ‘settler’ (coloni) sono sempre più frequenti e l’insicurezza e l’incertezza per il futuro gravano sulle nostre famiglie”. “La notte non si dorme più – racconta Abu Sulaiman –. Un giorno dei coloni sono venuti a fotografare il nostro bestiame e poi sono andati a denunciarci alla polizia israeliana dicendo che il bestiame in foto era il loro”. I coloni attaccano e l’esercito israeliano, che dovrebbe garantire la sicurezza dei beduini, non fa nulla. “Noi vogliamo vivere in pace – sottolinea il beduino – e dalla nostra terra non ce ne andremo mai”.
L’aiuto delle suore. Pressati dagli israeliani che li vogliono cacciare, invisibili per le autorità palestinesi che in zona C non possono muoversi senza approvazione israeliana, i beduini Mihtawish hanno trovato un sostegno nella presenza delle suore comboniane. Queste ultime hanno una presenza pastorale e umanitaria di lunga data tra le comunità beduine. Il loro è un servizio silenzioso svolto in particolare tra donne e bambini. Suor Lourdes Garcia è una delle due suore che ogni giorno si reca nei 14 villaggi di Khan al-Ahmar: “il nostro impegno – racconta al Sir – è teso a costruire relazioni di fiducia con queste famiglie che sono tutte musulmane. Cerchiamo di essere loro vicine, ascoltando le loro storie e rispondendo ai loro bisogni”. Uno di questi è sicuramente “l’apprendimento e l’alfabetizzazione dei bambini”. A tale scopo le suore sostengono 5 asili beduini, insegnando ai bambini a leggere e a scrivere, dando loro assistenza e un ambiente sicuro. Altro terreno di missione delle suore è quello dell’assistenza sanitaria e del supporto sociale: “Organizziamo programmi di emancipazione femminile in tutti i villaggi beduini, promuovendo dignità, resilienza e opportunità per le donne di diventare agenti di cambiamento all’interno delle loro comunità” spiega suor Lourdes. Una missione che diventa testimonianza, perché con la loro presenza le suore assicurano che la realtà della vita beduina non venga dimenticata. La Chiesa vicina ai poveri e ai vulnerabili, nei villaggi di Khan al-Ahmar, ha il volto di suor Lourdes e di tutte le suore comboniane.