Chiesa
Lo scorso mese di febbraio il governo israeliano ha approvato un provvedimento che modifica l’assetto amministrativo della Cisgiordania, trasferendo poteri civili e burocratici a istituzioni israeliane e riducendo ulteriormente il ruolo dell’Autorità nazionale palestinese. In pratica il governo Netanyahu ha deciso di aprire il processo di registrazione dei terreni in Cisgiordania che ricadono nella cosiddetta Area C, zona sotto totale controllo israeliano. In sostanza i palestinesi dovranno dimostrare, documenti alla mano, di essere proprietari di questi territori. Cosa che risulterebbe molto difficile da provare perché molti documenti potrebbero essere ormai andati perduti. Così facendo i terreni diventeranno “proprietà statale” israeliana. La misura, afferma il parroco, si inserisce in un contesto già segnato dall’espansione degli insediamenti, da restrizioni alla libertà di movimento e da severi limiti all’edificazione per i palestinesi.
Futuro in gioco. Per padre Bashar Fawadleh, parroco latino di Taybeh — l’ultimo villaggio interamente cristiano della Cisgiordania — non si tratta di un semplice intervento tecnico, ma di “un passaggio verso un controllo diretto e di lungo periodo”, con ripercussioni politiche, legali e umanitarie profonde. In gioco, afferma, “non c’è solo il futuro di un’eventuale soluzione politica, ma la permanenza stessa della presenza palestinese nella terra, compresa quella cristiana, storicamente radicata nei Luoghi Santi”. Considerazioni che il parroco affida ad una sua nota, pervenuta al Sir, intitolata “Sotto il peso delle decisioni di Israele; una lettura cristiana del futuro della Cisgiordania” con la quale intende offrire una prospettiva sugli attuali sviluppi in Cisgiordania e sulle loro implicazioni umanitarie, legali e sociali, in particolare per quanto riguarda la storica presenza cristiana in Terra Santa.
Un territorio frammentato. Da anni, sostiene padre Fawadleh, le Nazioni Unite (Ocha) segnalano come la ‘geografia’ palestinese sia sempre più frammentata da barriere, aree militari, strade riservate ai coloni e zone sotto pieno controllo israeliano. La Risoluzione 2334 del Consiglio di Sicurezza dell’Onu ribadisce l’illegalità degli insediamenti nei territori occupati, ma sul terreno l’espansione continua, mentre cresce il numero dei coloni israeliani residenti in Cisgiordania. Secondo diverse organizzazioni internazionali per i diritti umani, come Amnesty International e Human Rights Watch, il sistema vigente produce una marcata disparità di trattamento tra popolazione israeliana e palestinese. Il trasferimento di ulteriori competenze amministrative a Israele viene letto da molti osservatori come un passo verso una ‘annessione di fatto’, capace di svuotare di contenuto ogni prospettiva negoziale. Le restrizioni alla mobilità incidono pesantemente sull’economia palestinese. Checkpoint, limitazioni all’accesso ai terreni agricoli, demolizioni di abitazioni costruite senza permesso — spesso difficilissimo da ottenere — contribuiscono ad aumentare povertà e disoccupazione. Per molte famiglie, soprattutto giovani, l’emigrazione diventa l’unica via per immaginare un futuro”.
Il caso Taybeh. Questo fenomeno tocca in modo particolare la minoranza cristiana. Negli ultimi decenni la presenza cristiana in Terra Santa si è progressivamente ridotta.
“L’emorragia demografica è una ferita nel corpo della Chiesa”,
osserva il sacerdote, “i Luoghi Santi rischiano di trasformarsi in spazi privi di una comunità viva che ne custodisca la memoria con la propria presenza quotidiana”. Taybeh, a est di Ramallah, rappresenta un caso emblematico. Circondata da aree interessate dall’espansione degli insediamenti, la cittadina, denuncia ormai da tempo il parroco, affronta confische di terre, restrizioni edilizie e crescenti difficoltà economiche. Episodi di tensione e violenze con gruppi di coloni alimentano un clima di insicurezza. Lo stesso patriarca latino di Gerusalemme, card. Pierbattista Pizzaballa, ricorda padre Fawadleh, ha parlato di una situazione “estremamente fragile” per villaggi come Taybeh, sottolineando come la fragilità “sia non solo politica ma anche economica: molte fonti di reddito si sono interrotte e non è chiaro quando potranno riprendere”.
Eppure, nonostante le difficoltà, la comunità cristiana “continua a resistere grazie a una forte rete familiare ed ecclesiale. Le parrocchie, le scuole, le associazioni locali rappresentano spazi di coesione e speranza in un contesto segnato dall’incertezza”.
Una questione di giustizia. Dal punto di vista cristiano, sottolinea il parroco, la terra non è solo uno ‘spazio geografico’ ma luogo di dignità e testimonianza. Le politiche di demolizione e spostamento forzato appaiono in contraddizione con i principi evangelici di giustizia e riconciliazione. “La pace — afferma — non si costruisce con la forza, ma con il riconoscimento dei diritti e il rispetto della dignità dei popoli nella loro terra e nella loro storia. Di fronte a questa realtà, le sole dichiarazioni di preoccupazione non bastano”.
“Servono iniziative concrete come sostegno economico ai villaggi cristiani, pressione diplomatica per il rispetto del diritto internazionale, programmi per i giovani che riducano l’emigrazione”.
La storia di Taybeh non è un capitolo marginale del conflitto mediorientale. Per il parroco “è il volto quotidiano di una comunità che lotta per restare nella propria terra, custodendo una presenza che affonda le radici nei primi secoli del cristianesimo. In questo scenario complesso e doloroso, la voce dei cristiani di Cisgiordania chiede di non essere dimenticata”.