Idee
Il tema della “cittadinanza” compare di tanto in tanto come bandiera per raccogliere consenso o animare scontro politico, ma resta, mi pare, assai problematico e confuso. Proviamo a distinguerne, allora, quattro ingredienti essenziali.
Il primo ingrediente è la percezione di comunanza. Oggi i processi di massificazione si manifestano come occasioni che accomunano tante persone, per gusti e preferenze occasionali, senza legami reciproci: grandi concerti, grandi eventi sportivi, mode, trend d’acquisto di oggetti di consumo. Si ha l’impressione temporanea di masse unificanti, ma di fatto sono “masse liquide”, direbbe Bauman, che si dissolvono col mutare degli eventi. Viviamo una disomogeneità sociale, culturale ed esistenziale, di valori di riferimento, di simboli e di rituali. Anche sul piano delle risorse, siamo in un’epoca di grandi disparità. Mentre si rafforzano alcune élite, crescono ampie fasce di popolazione che si impoveriscono. Cosa, dunque, ci accomuna?
Il secondo ingrediente è la percezione di appartenenza e identità collettiva. Sentirsi parte di una comunità è strettamente legato alla percezione di identità collettiva. Tra gli ultimi decenni del ‘900 e i primi del 2000, abbiamo vissuto l’epoca della globalizzazione, quando sembrava che un’identità universalistica potesse sostituire le identità particolari: cittadini del mondo, consumatori universali! Invece, ecco tornare forte il desiderio di identità locale. Paradossalmente, quanto più è diventata labile l’identità collettiva, tanto più è cresciuta la nostalgia di nazionalismo, un artificio populista di raccolta del consenso politico, proprio quando è evidente che le singole nazioni, da sole, perdono potere reale sul governo della realtà, che dipende invece da equilibri continentali e mondiali. L’appartenenza, poi, non si limita all’identificarsi con un simbolo retorico, richiede di concorrere alla costruzione comune, di mettere la propria parte: partecipare. Invece vediamo, ad esempio, che la maggioranza dei cittadini regionali non si è recata alle urne nella scorsa tornata elettorale. Quasi che vi fosse la percezione nei cittadini elettori che la costruzione politica fosse in mano a pochi e i singoli non ne siano che passivi occasionali (accessori?) fruitori. Una cittadinanza “da usare”, forse, ma senza fare esperienza di co-costruzione. Fortunatamente, un certo civismo si esprime ancora in buona parte nell’associazionismo solidale, culturale e ambientale.
Terzo ingrediente è il riconoscimento giuridico di chi è cittadino. Il riconoscimento istituzionale qualifica i cittadini, implica loro vincoli e benefici, relazioni corresponsabili: soggetti tenuti a render conto, l’un l’altro, del loro apporto nell’edificare insieme la cittadinanza comune. Spesso siamo insofferenti ai vincoli istituzionali (rispetto delle leggi, versamento delle tasse, partecipazione al “bene pubblico”), come se la cittadinanza legale fosse un ombrello astratto, sotto il quale costruiamo le nostre “sotto-cittadinanze” particolari e ufficiose, le nostre appartenenze più strette, le nostre convenienze.
A questo si lega il quarto ingrediente dell’essere cittadini: poter godere della titolarità di diritti ed essere impegnati nell’esercizio dei doveri. Anche qui il terreno è franoso. Siamo in un’epoca in cui il rapporto tra il singolo individuo che rivendica libertà individuale e la subordinazione a un potere pubblico di regolazione, viene messo in discussione. È nell’equilibrio tra libertà individuale e necessità di conformarsi a una norma comune in quanto cittadino, che ciascuno trae il vantaggio di sentirsi tutelato: sui piani della giustizia, della libertà personale, delle risorse, della redistribuzione delle garanzie di benessere e di realizzazione di sé. Tutto ciò dà legittimità a un potere pubblico sovraordinato. Ma, se la potenza della civiltà che genera cittadinanza è data dal principio di egualità “la legge è uguale per tutti”, proprio chi si sente più forte per i propri beni e il proprio potere, oggi vorrebbe svincolarsene (Musk docet… e non solo).
In questi anni si è gonfiata l’attenzione alla cittadinanza come discriminante nel diritto alla protezione e all’accesso alle risorse: si enfatizza l’importanza dei confini fisici, come parametro geografico che segna la possibilità di essere inclusi o esclusi. Cresce il risentimento rispetto a potenziali nuovi cittadini visti come minaccia ai beni e alle possibilità rimaste dentro al nostro “recinto”, è la difesa della “coperta stretta” da preservare da altri che chiedono la medesima titolarità di diritti e di doveri.
Così si alimenta il principio protezionistico di autarchie che tentano di circoscrivere le proprie posizioni di vantaggio. Si divaricano, quindi, due prospettive: verso una cittadinanza escludente oppure verso una cittadinanza includente. Ora, se per cittadinanza intendiamo il riconoscimento di reciproca tutela e comunanza, dobbiamo chiederci: con chi condividiamo una sorte comune?
In una visione di ampio respiro, appare miope, oltre che ingiusto, immaginare che vi siano parti di umanità che non condividano o condivideranno la nostra sorte globale (cittadinanza escludente). Allora, potremmo pensare che se sapremo estendere una regolazione istituzionale più ampia della tutela dei diritti, dell’esercizio dei doveri e della redistribuzione delle risorse (cittadinanza includente), potremo accompagnare lo sviluppo di una comunanza della dignità e della cittadinanza oltre le cittadinanze nazionali, rafforzando cittadinanze e istituzioni continentali, fino a riconoscere cittadinanze e istituzioni mondiali.