Idee
Sei anni dopo l’inizio della pandemia, il COVID-19 è quasi scomparso dal dibattito pubblico. Ma non dalla realtà sanitaria. Nel maggio 2023 l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha dichiarato conclusa l’emergenza internazionale: non la circolazione del virus. Quanto pesa ancora questa infezione?
Il SARS-CoV-2 circola ancora in tutti i continenti. Nel bollettino del 21 ottobre 2026, l’OMS descrive una circolazione globalmente bassa e stabile, con aumenti in alcuni Paesi. Misurare quanti si infettino davvero è difficile: rispetto agli anni dell’emergenza si eseguono molti meno tamponi e le notifiche sono incomplete. Intanto il virus continua a evolvere: le varianti monitorate non mostrano, al momento, prove di maggiore gravità rispetto a quelle già circolanti.
È ormai una semplice influenza? Per gran parte della popolazione, grazie soprattutto alla protezione immunitaria costruita con vaccinazioni e infezioni precedenti, il COVID provoca oggi forme meno gravi rispetto ai primi anni. Ma definirlo «una banale influenza» è fuorviante: anche l’influenza può essere grave, ed entrambe le infezioni comportano rischi soprattutto per anziani, immunodepressi e persone con malattie croniche. Uno studio danese pubblicato nel 2026, relativo a pazienti ricoverati di almeno 50 anni, ha osservato una mortalità ospedaliera simile, ma una maggiore mortalità e più riammissioni nei 90 giorni dopo la dimissione tra i pazienti con COVID rispetto a quelli con influenza A. Il confronto riguarda persone già ricoverate: non permette di equiparare il rischio di tutti i contagi.
Un’infezione può lasciare conseguenze anche dopo la guarigione apparente. Il Long COVID comprende disturbi persistenti o comparsi dopo il contagio: spossatezza, «nebbia mentale» e difficoltà di concentrazione, affanno, alterazioni del sonno, dolori e talora sintomi cardiovascolari. Possono associarsi ansia e depressione. Non tutti i meccanismi sono chiariti e la diagnosi richiede di escludere altre cause.
Secondo una stima generale richiamata dall’OMS, circa il 6% delle persone con COVID sintomatico sviluppa questa condizione; la percentuale non descrive necessariamente il rischio di chi si infetta oggi, e la vaccinazione lo riduce. Tra chi sviluppa il Long COVID, circa il 15% ha sintomi ancora dopo un anno. Il Long COVID può colpire anche persone giovani e in precedenza sane, incidendo sull’autonomia e sulle relazioni. Uno studio inglese del 2026 lo associa, quando persiste, a minore partecipazione al lavoro e a cambiamenti dell’orario lavorativo. Sono conseguenze diverse dal disagio psicologico e sociale prodotto, su scala collettiva, dai lockdown e dagli anni di emergenza.
Esiste il rischio di nuove ondate? Un aumento dei contagi resta possibile: la protezione immunitaria diminuisce nel tempo e possono emergere varianti capaci di aggirarla in parte. Per l’inverno 2026-2027, gli scenari dei CDC statunitensi prevedono, in assenza di nuove varianti con maggiore evasione immunitaria, un picco di ricoveri per COVID simile o inferiore a quello dell’inverno precedente. Sono scenari per gli Stati Uniti, non previsioni certe per il mondo. Una nuova ondata non implicherebbe automaticamente il ritorno all’emergenza del 2020.
L’OMS valuta ancora «moderato» il rischio sanitario globale. Vaccinazioni secondo le raccomandazioni per le categorie a rischio, accesso precoce alle cure quando indicate, attenzione ai sintomi e buona ventilazione degli ambienti sono misure concrete, senza bisogno di alimentare paure.
In definitiva, la sfida non è tornare all’allarme del 2020, ma riconoscere il rischio reale, proteggere i più fragili e non lasciare sole le persone che continuano a convivere con le conseguenze della malattia.