Idee | Lettera.D
Che il dialogo sia stato scelto dalla Treccani come parola dell’anno è una notizia che dice molto del tempo che stiamo vivendo. Oggi il dialogo è invocato da tutti. Ma, nello stesso tempo, tutti ne denunciano la mancanza. Onnipresente nei discorsi, raro nei fatti.
Forse perché ci si dimentica una verità che può risultare scomoda: il dialogo avviene solo se c’è un altro e quest’altro è differente da me. Il volto dell’altro è qualcosa che non posso possedere né ridurre alle mie categorie. Né tantomeno evitare.
Qui si apre una prima questione. Viviamo in un mondo infinitamente più complesso e interconnesso, anche solo rispetto a pochi decenni fa. Convivono fianco a fianco persone con visioni dell’uomo, della libertà, della famiglia, della vita e perfino della verità, che spesso percorrono strade parallele se non opposte. È dunque ancora possibile dialogare? La risposta non può essere ingenua.
Il dialogo non elimina le differenze e nemmeno pretende di ridurle. Sarebbe un’illusione. Esistono divergenze profonde che rimangono tali. Pensare che basti parlarsi perché tutto si ricomponga significa non prendere sul serio la complessità della storia. Eppure questa complessità rende il dialogo ancora più necessario, perché una società che smette di dialogare diventa inevitabilmente una società che si prepara allo scontro permanente.
Forse, oggi siamo chiamati proprio ad abitare responsabilmente questa contraddizione della storia, educandoci a un dialogo che riconosca l’altro come una persona anche quando non condivide le nostre idee. L’altro non è un ostacolo da superare, ma una condizione della mia stessa umanità. È esattamente ciò che dimentichiamo quando trasformiamo l’avversario in un nemico.
Tutto questo, però, apre a una seconda domanda, forse ancora più difficile. Si deve dialogare con tutti? È una domanda che oggi molti si pongono. Dialogare con chi nega la dignità umana? Con chi diffonde odio? Con chi usa la violenza? Non si rischia di mettere sullo stesso piano il carnefice e la vittima? Il dialogo non significa legittimare tutto, né sospendere il giudizio morale e considerare equivalenti tutte le idee.
Gesù dialoga con i peccatori, ma non dialoga con il peccato. Incontra tutti, ma non conferma tutto. Ama ogni persona, senza per questo dichiarare giusto ogni comportamento. Questa distinzione è decisiva. Se la dignità appartiene sempre alla persona, mai automaticamente alle sue idee. Posso (a volte devo!) oppormi con fermezza alle sue azioni malvagie, senza però smettere di riconoscerne l’umanità. Perché il volto dell’altro continua a interpellarmi anche quando mi inquieta. Non posso cancellarlo soltanto perché mi contraddice. In altre parole, il dialogo non elimina il conflitto. Lo umanizza.
C’è infine una terza domanda che riguarda direttamente la Chiesa. Da anni utilizziamo l’immagine della Chiesa come “una tenda che accoglie tutti”. È un’immagine biblica, ripresa anche nel cammino sinodale. Ma come si dialoga sotto di essa? Una tenda non è uno spazio senza forma. Ha dei pali che la sostengono, dei picchetti che la tengono ancorata al terreno e un’apertura attraverso cui entrare. Se togliamo tutto questo, non abbiamo una tenda; rimane un telo disteso per terra.
Anche la Chiesa vive di un centro che però non costruisce da sé: Cristo e il suo Vangelo. Per questo il dialogo ecclesiale non può trasformarsi né in un referendum permanente né nel celare le differenze facendo finta che esse non esistano. San Paolo VI, nell’Ecclesiam suam, parlava del dialogo come dello stile della Chiesa. Non come di una tecnica per evitare i conflitti, ma come della forma stessa della carità. Papa Francesco ha ricordato più volte che il Sinodo non è un parlamento, perché la verità non nasce dalla maggioranza dei voti, ma dall’ascolto dello Spirito.
Se non si coltiva questo alto ed esigente esercizio di dialogo, emerge la vetusta scorciatoia ecclesiale di preferire l’obbedienza al dialogo. È comprensibile: il dialogo è lento, faticoso, imprevedibile. L’obbedienza, almeno apparentemente, è più semplice da gestire. Ma l’autorità evangelica non teme il confronto; lo promuove. Non chiede un consenso passivo, ma una comunione matura. La verità si impone per la sua luce, non per la forza. Forse è proprio questo il punto decisivo: il dialogo consiste nel metterci insieme davanti a una verità che ci precede e che nessuno possiede interamente.
In un tempo che confonde la fermezza con l’aggressività e l’accoglienza con l’indifferenza, il dialogo resta una strada stretta. Chiede identità solide, umiltà intellettuale, pazienza e fiducia. Non è il luogo dove tutte le differenze si cancellano. È il luogo dove nessuna persona viene cancellata. Ed è forse questa la forma più alta della carità cristiana.