Idee
La proposta di legge di iniziativa popolare per istituire il Dipartimento della difesa civile, non armata e nonviolenta ha superato le 50 mila firme, il numero di sottoscrizioni necessario per avviare l’iter parlamentare. Una nuova idea di difesa, fondata sulla prevenzione dei conflitti, sulla tutela delle persone e sulla partecipazione civile che ha raccolto le soddisfazioni per il risultato degli attivisti e degli amministratori veneti che hanno sostenuto la campagna “Un’altra difesa è possibile”, promossa dalla Conferenza nazionale enti per il servizio civile, dalla Rete italiana pace e disarmo e da “Sbilanciamoci!”. A riflettere sul significato del traguardo raggiunto sono cinque voci padovane del mondo accademico, delle istituzioni e del movimento pacifista.
Per Lisa Clark, esponente di Beati i costruttori di pace e di Ican, la Campagna internazionale per l’abolizione delle armi nucleari insignita del Nobel per la pace nel 2017, il superamento della soglia rappresenta un risultato straordinario. «Con questa legge cambia l’intera impostazione della difesa: si aggiunge un tassello fondamentale, legato a un’idea di cittadinanza attiva che nella Costituzione era già implicita. Non parliamo solo di difesa armata, ma del dovere di lavorare per la pace. Il Dipartimento – sottolinea Clark – permetterebbe di creare un centro studi dedicato alla pace e di avviare la formazione dei Corpi civili di pace proposti da Alex Langer». Un impegno che si lega anche alla mobilitazione per i bambini vittime dei conflitti: «Alla cena del 6 settembre a Padova abbiamo raccolto circa 400 firme a sostegno della candidatura al Nobel per la pace dei bambini di Gaza».
Sandro Gozzo, storico obiettore di coscienza, legge invece le 50 mila sottoscrizioni come un atto collettivo di obiezione di coscienza contro la guerra. «Noi cinquant’anni fa chiedevamo esattamente questo. Dopo tanto tempo e in un momento in cui il diritto internazionale appare calpestato, questa legge rappresenta un passo indispensabile». Per Gozzo non basta invocare la pace senza intervenire sulle istituzioni: «La risposta armata non è mai una soluzione, ma una provocazione che genera ulteriori danni. Dobbiamo riaffermare il ripudio della guerra sancito dalla nostra Costituzione».
Anche il Comune di Padova è stato impegnato nella raccolta firme. «Come amministrazioni locali lavoriamo da anni in rete sui nostri territori, forti anche della legge regionale che riconosce il Veneto come terra di pace», spiega Francesca Benciolini, assessora alla Cooperazione internazionale e alla Pace. «Padova dispone dal 1991 di un assessorato dedicato alla Pace e ai Diritti umani, nato su impulso del Centro Antonio Papisca. L’adesione alla proposta si inserisce in un percorso continuo che passa per le scuole, le associazioni e il raccordo con il Coordinamento degli enti locali. Le guerre si abbattono drammaticamente sulle città, distruggendo case e comunità: per questo gli amministratori hanno la responsabilità di fare tutto il possibile per allontanarle e coltivare contesti di pace». Nella stessa direzione, ricorda Benciolini, va la firma del sindaco Sergio Giordani a sostegno della candidatura al Nobel per la pace dei bambini di Gaza.
Marco Mascia, presidente del Centro di Ateneo per i Diritti umani Antonio Papisca dell’Università di Padova e titolare della cattedra Unesco Diritti umani, democrazia e pace, individua nel cambiamento del paradigma della sicurezza il cuore della proposta. «Il nostro Paese, l’Europa e il mondo hanno bisogno di un modello nuovo, che ponga al centro non la sovranità dello Stato, ma i diritti fondamentali e l’eguale dignità di tutte le persone. La sicurezza deve essere quella dei cittadini, non quella dei confini». Una prospettiva opposta a quella che, secondo Mascia, continua a far prevalere gli interessi nazionali sulla protezione della vita umana. «Se avessimo posto al centro le persone, non ci sarebbero state la guerra in Ucraina, il genocidio a Gaza e la guerra in Sudan. Bisogna passare dalla sicurezza dei confini alla vita della gente dentro e oltre quei confini». In questa direzione la proposta, nata dal basso e sostenuta da decine di migliaia di cittadine e cittadini, rappresenta una risposta della società civile alla politica. «Se approvata, darebbe inoltre attuazione all’articolo 52 della Costituzione, riconoscendo che il dovere di difesa della patria può essere adempiuto anche con strumenti civili e nonviolenti, come affermato dalla Corte costituzionale nel 1985».
Il sostegno alla proposta non cancella però le divergenze interne al movimento pacifista. Claudio Carrara, portavoce del Movimento internazionale di riconciliazione (Mir), evidenzia le perplessità suscitate dalla definizione della difesa civile come «complementare» a quella militare. «Gli storici obiettori di coscienza non sono andati in prigione per creare un organismo di supporto alle forze armate o alla Nato, ma per un’alternativa radicale e completa alla difesa militare». Pur avendo partecipato alla raccolta, il Mir chiederà quindi durante le audizioni parlamentari di eliminare dal testo il concetto di complementarietà.

La proposta di legge vuole dare uno spazio istituzionale a una forma di difesa già prevista dall’ordinamento, distinta da quella affidata alle Forze armate e allo strumento militare.
In un momento in cui il dibattito europeo tende ad associare una maggiore sicurezza a un aumento degli armamenti, il testo propone un modello opposto, fondato sulla prevenzione dei conflitti, sulla mediazione, sulla coesione sociale e sulla cooperazione internazionale.
Se la legge venisse approvata nei due rami del Parlamento, presso la Presidenza del Consiglio dei ministri verrebbe istituito un Dipartimento con funzioni di indirizzo e coordinamento delle politiche di difesa civile, non armata e nonviolenta. Ne farebbero parte i Corpi civili di pace, inseriti nel Servizio civile universale, e un Istituto di ricerca per la pace e il disarmo.
La struttura collaborerebbe con la Protezione civile, i vigili del fuoco e il servizio civile, occupandosi anche di gestione non armata delle crisi, tutela dei diritti umani, educazione alla pace e riconversione a fini civili delle produzioni legate alla difesa.
Le attività sarebbero finanziate da un Fondo nazionale alimentato dalla legge di bilancio e dal 6 per mille dell’Irpef che i contribuenti potrebbero destinare attraverso la dichiarazione dei redditi. Il Governo sarebbe chiamato a riferire ogni anno al Parlamento sulle risorse raccolte, sul loro impiego e sui risultati ottenuti.
Sono 22 i municipi veneti che hanno sottoscritto la proposta di legge di iniziativa popolare. In provincia di Padova, oltre al capoluogo, Abano Terme, Monselice, Ponte San Nicolò, Rubano e Selvazzano. Nel Vicentino, Vicenza, Caltrano, Carrè, Chiuppano, Longare, Marano Vicentino, Monticello Conte Otto, Santorso, Thiene, Piovene, Valdagno, Valli del Pasubio e Zugliano.
Hanno firmato anche la città di Verona e i Comuni veneziani di Camponogara e Mira.