Chiesa | Diocesi
Per un anno, durante la settimana, le porte sono rimaste chiuse. Il Duomo di Cittadella era un cantiere: le tre coperture da consolidare, le undici capriate lignee dall’ardita luce di venti metri da mettere in sicurezza, poi l’abside e la cupola, le vetrate a mosaico, la ridipintura del soffitto fino ai cornicioni. I ponteggi sono stati tolti pochi giorni fa. Giusto in tempo: il 3 settembre 1826 il vescovo Modesto Farina consacrava questa chiesa dedicandola ai santi Prosdocimo e Donato, e duecento anni dopo la comunità si ritrova l’edificio liberato. «La Provvidenza ha fatto sì che i ponteggi venissero tolti proprio alla vigilia del giorno della dedicazione – racconta don Luca Moretti, parroco di Cittadella dal 2017 – questa festa assume quindi un sapore particolare, perché ritroviamo il nostro Duomo, dopo un anno, senza alcun ponteggio».
L’anniversario dalla dedicazione, cioè della consacrazione di un edificio al culto, è una delle feste più importanti per una comunità cristiana. E una delle più dimenticate. «Credo che la festa della dedicazione non sia tanto tenuta in considerazione dai fedeli – ammette Lauretta D’Alvise, vicepresidente del consiglio pastorale – ma quest’anno, grazie anche al restauro e al duecentesimo anniversario, speriamo sia più partecipata. Il nostro Duomo non deve essere solo pietra: speriamo che la comunità che si raduna in questo tempio possa offrire (come dice l’orazione alle lodi della dedicazione) un servizio degno e irreprensibile».
Si comincia sabato 12 settembre alle 18.30, con l’eucaristia prefestiva presieduta dal vescovo Claudio Cipolla, e si prosegue domenica 13. Alla celebrazione lavorano da settimane tutti i gruppi della parrocchia: i quattro cori, che si sono riuniti e si dividono le parti della messa, dal coro dei bambini alla corale degli anziani; il gruppo liturgico, che cura la preghiera dei fedeli; il gruppo del Duomo, che sta predisponendo un’illuminazione particolare per far risaltare le dodici croci della consacrazione. Al termine, un momento conviviale.
Duecento anni, ma non di soli muri. «L’edificio è un simbolo perché per fare comunione bisogna anche avere un luogo dove ritrovarsi – spiega don Luca – chiaramente non sono le pietre la cosa più importante, ma quelle pietre rappresentano una comunità fatta di pietre vive». E le pietre vive sono molte più di quelle sedute nei banchi: «Il nostro grande Duomo quel giorno (domenica 13 settembre, ndr) sarà piccolissimo», scrive il parroco ai suoi, pensando a chi in due secoli lì è stato battezzato, si è sposato, è stato accompagnato all’ultimo viaggio.
La comunità dei Santi Prosdocimo e Donato conta 9.865 residenti nel territorio parrocchiale: grande, articolata, con il patronato San Pio X staccato dal Duomo e frequentato da un centinaio di gruppi, la casa alpina, la sede Caritas, le sedi scout, la scuola dell’infanzia. Una sessantina di catechisti, un gruppo di lettori di quaranta persone. «È una comunità grande ed eterogenea, e per questo viva – osserva il parroco – Dove ci sono ricchezza e complessità c’è anche la fatica di creare una sinergia e di sentirsi parte di un’unica grande comunità». È qui che l’edificio torna a contare: «Il Duomo diventa simbolicamente il punto di sintesi: la comunità nasce da lì e lì si ritrova».
Infine le porte, che dicono molto della comunità. «Le porte sono aperte finalmente, dopo il tempo dei lavori, e così rimarranno – conclude don Luca – perché la comunità è un luogo aperto a tutti».