Chiesa
Uno degli strumenti più preziosi per chi svolge un ministero nelle celebrazioni è il calendario liturgico, che in questo 2026, in corrispondenza della quarta domenica di Quaresima, dedica un’intera pagina alla delicata esuberanza di un ramo di rose. È un simbolo che dice il clima che dovrebbe caratterizzare la liturgia del giorno.
La domenica Lætare è un’oasi nel deserto. In questo cammino di conversione per sottrazione che è la Quaresima, le chiese si sono spogliate di tutto: dei fiori, dell’alleluja, del Gloria, dei colori, della voce degli strumenti musicali. Solo la Parola di Dio si staglia potente e luminosa, annuncio della Pasqua particolarmente significativo quando il ciclo di letture è quello dell’anno A, il più arcaico, dal chiaro sapore battesimale.
Ma arrivati a metà circa del cammino il respiro manca, la fatica è una morsa che fa incespicare; siamo creature limitate, fragili, impastate di una carne che implora misericordia. Ed eccola scendere sul deserto, la benevolenza divina, come una rugiada, come il sollievo della giustizia (o, più ineffabilmente, del “Giusto”, il Verbo incarnato), e farlo tutto fiorito, avvolto di quel manto di verde che a sera dissecca, eppure ha reso più tollerabile la marcia, più forte la speranza e più vivido lo spettacolo della meta desiderata.
Tornano i fiori e la loro regina: la rosa. Le vesti di chi presiede la celebrazione, nella domenica Lætare, assumono un colore rosaceo che è un preludio di primavera. Non il bianco della gloria, non il rosso del sangue che zampilla perfetto dal costato del Redentore, dalle vene recise dei martiri, non il rigoglio del verde, ma, appunto, il colore del mistero così nostro in cui ha voluto rivelarsi Dio: la carne. Il tenue, disarmante rosa è quasi il segno del trasalire del cosmo toccato dalla mano che, amandolo, lo ha plasmato.