Chiesa
L’ arte cristiana raffigura Paolo, l’apostolo delle genti, con una spada in mano. È un uomo pieno di una nobile e cristiana virilità – capace di varcare le tempeste del Mediterraneo, le steppe dell’Anatolia, le isole, i monti, le valli, le città dei pagani, di affrontare l’Areopago di Atene, la sfrontatezza di un impero corrotto – eppure si ritrova a scrivere: «Molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo» (Fil 3,18). Il suo animo è sconvolto, al punto da farlo tornare quasi un bambino che piange. Perché l’agguato è sempre lì. Ci vuole un attimo per ammorbidire il cristianesimo. Basta un piccolo correttivo: coprire la croce (con ben altra intenzione la Chiesa la vela nella quinta domenica di Quaresima: per non farci dare per scontato lo spettacolo del Signore crocifisso).
«Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua» (Mt 16,24)… «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno» (Lc 9,22). Adonai lo dice ad Abramo sul monte Moria, facendo calare la tenebra su suo figlio, il suo unico figlio. Lo dice al popolo con i ceppi e le catene in Egitto; a Israele quando i serpenti, il sole e la sete serrano la gola; e poi quando, giunti nella Terra promessa, gli ebrei trovano i Filistei, i nemici. Lo dice a Davide togliendogli persino il figlio, caduto in battaglia, lasciando che si getti nel peccato e nell’orgoglio dell’esercito o nel contare con il censimento, come i re di questa terra, il suo popolo.
Lo dice a Salomone, sedotto dai fianchi delle donne, quando si diverte a trafficare con le statuette degli dèi falsi e bugiardi perdendo il volto di Dio. Lo dice ai profeti perseguitati. Lo dice al popolo in esilio a Babilonia. Lo dice nella povertà della culla di Betlemme; nelle acque del Giordano; sul Tabor, con quella nube oscura dove Pietro passa dall’ingenuità fanciullesca del giocare a fare l’accampamento sul monte a un angosciato timore.
Possiamo anche fare il proposito di non fumare in Quaresima, di non mangiare la cioccolata, di dire qualche preghiera o fare qualche elemosina in più, ma dobbiamo stare attenti a non diventare dei farisei, compiacendoci di quella piccola spina o quel grande digiuno, passato peraltro di moda. Perché conversione è cambiare la testa. Il drappo rosso come il sangue posto a velare la croce cadrà il Venerdì santo, mentre si canterà «Ecce lignum crucis in quo salus mundi pependit» (Ecco il legno della croce, sul quale fu appeso il Salvatore del mondo). È questa la conversione. Non ci basta tutta la vita per credere che la croce sia il cardine della salvezza, la luce del mondo.
Il modo con il quale il mysterium iniquitatis diffonde la tenebra è di una fantasia immensa. È come la creazione: Dio ha sparso tutti i semi, gli uccelli del cielo, i pesci del mare, i petali dei fiori e i ghiacciai e quel serpente infernale è andato a scovare ognuna di queste cose e a seminare la divisione, il dolore. Il male arriva da tutte le parti, in quantità e forme diverse: e così alcuni prosperano e altri piangono. Troppi si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi e non pensano che alle cose della terra, facendosi nemici della croce, cioè cercatori di una salvezza fatta del benessere vano. L’uomo è caduco, è nell’ombra, nella nube, nella fragilità più radicale. E dove sta allora la conversione? Nel dire: Signore, da chi andremo?. La conversione saranno le nostre ginocchia piegate davanti alla croce di Gesù. Genufletteremo adorandolo, perché lui è il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, dei viventi.
La conversione, il cambiamento vero, è credere che questa relazione pasquale con lui crocifisso, sepolto e risorto sia l’unica cosa essenziale dell’esistenza umana, l’unica concreta. Il resto è polvere. Dio ha fatto Adamo con la polvere, ma ci vuole il suo soffio per renderla l’uomo vivente.
Dovremmo impegnarci ad aiutare i fratelli e le sorelle a credere che l’albero dolcissimo, i cui morbidi rami si chinano perché si colga non il frutto di Adamo ma la vita, è la nostra vera speranza. Bisogna rovesciare la mente per credere alla sua assoluta necessità, ed ecco che allora l’intera esistenza cambia. In Cristo tutti siamo Abramo, Isacco, Giacobbe. È come se egli ci dicesse: io sono il Dio di ognuno, cioè ho creato ognuno, ho desiderato ognuno, ho redento ognuno, amo fino alla morte di croce ognuno.