Idee | Pensiero Libero
La notizia della scomparsa di Enzo Bianchi, avvenuta martedì 1° settembre, all’età di 83 anni, tocca nel profondo il cuore della Chiesa italiana e interroga la coscienza di intere generazioni di credenti. Con la sua morte non perdiamo soltanto il fondatore di un’esperienza monastica unica come quella della Comunità di Bose, ma salutiamo una delle voci più limpide, feconde e, al tempo stesso, provocatorie del cattolicesimo post-conciliare. Una figura che ha speso ogni briciolo di energia per ricondurre i cristiani all’essenzialità del Vangelo, alla radicalità dell’ascolto e alla bellezza della fraternità vissuta senza barriere.
Per il nostro territorio e per la Chiesa di Padova, fratel Enzo non era un estraneo. Più volte la sua presenza ha arricchito la nostra Diocesi. Come non ricordare i suoi passaggi intensi e affollatissimi al Centro Universitario di via Zabarella a Padova? Lì, davanti a centinaia di giovani, studenti e adulti, Bianchi spezzava la Parola di Dio con la precisione del biblista e la passione del testimone. Aveva la capacità, rara e preziosa, di far risuonare le Scritture non come un reperto del passato, ma come una spada affilata capace di penetrare le pieghe della modernità, di dare senso alla sofferenza, alla malattia e alla stessa finitudine umana. La sua predicazione non cercava il consenso facile; cercava la conversione del cuore.
Molta della lucidità del suo pensiero e del suo apporto alla vita della Chiesa, al servizio diretto di almeno tre papi, è stata offuscata dai noti fatti che hanno coinvolto il Monastero di Bose e che nel 2020 hanno portato all’allontanamento di Enzo Bianchi dalla sua stessa creatura, come disposto dalla Santa Sede. Per questo è assai significativo lo scambio di lettere avvenuto appena un mese fa, in occasione della festa della Trasfigurazione in cui i monaci ricordano la loro professione, tra fratel Enzo e fratel Sabino Chialà, oggi priore di Bose, che lo stesso monastero ha voluto rendere noto proprio nel giorno della morte del suo fondatore sulla sua pagina Facebook.
Sono due testi pieni di affetto, di volontà di incontrarsi e di riconciliarsi. «La salute non è proprio buona – scrive Bianchi – anzi dovrò tornare presto in dialisi e ho la consapevolezza che ormai sono alla fine dei miei giorni e che è venuto davvero il tempo di sciogliere le vele… Vorrei proprio in questi ultimi giorni che si trovassero cammini di riconciliazione visibile con voi e che fosse possibile incontrarci e vederci… Spero che questo avvenga prima che io me ne vada. Troviamo una via perché io possa morire in pace e riconciliazione con voi…». E così risponde Chialà: «Il tuo desiderio di un incontro raggiunge anche il mio, nella speranza che possiamo scambiarci parole di riconciliazione. Ho chiesto più volte di rivederti. Ora accolgo con gioia la tua richiesta. Credo sia bene, come tu dici, che ci vediamo… per immaginare insieme il modo in cui potresti incontrare i fratelli e le sorelle… Fammi sapere quando ti è possibile. Prego anche per la tua salute, perché il peso non ti sia troppo gravoso».
La speranza è che queste parole, oggi nelle mani di Dio, possano diradare finalmente la nebbia che da oltre sei anni si era depositata su un’esperienza monastica profetica, che pure vive, accoglie e prega nel cuore del Piemonte. Ne abbiamo bisogno, in un tempo in cui l’ecumenismo appare assai lontano da ogni agenda ecclesiale, eppure rimane così impellente l’appello all’unità di tutti coloro i quali si sono messi alla sequela di Cristo.
Dopo la crisi di Bose, Enzo Bianchi ha fondato la Casa della Madia, a Ivrea, mentre la comunità di Cellole (San Gimignano) era divenuta indipendente. Tre poli di una realtà che può tornare a essere un faro dell’essenzialità della fede e di un’esperienza religiosa priva di orpelli ideologici. Proprio come negli anni Sessanta, quando quel giovane di Castel Boglione si ritirò nel villaggio abbandonato che era allora Bose fino a parlare al mondo.