Viviamo un tempo nel quale la forza sembra voler sostituire il diritto e la sopraffazione prende il posto della cooperazione. Le guerre non devastano soltanto i territori coinvolti: modificano il linguaggio della politica, abituano alla contrapposizione, alimentano la paura e sottraggono risorse alla cura, alla scuola, alla casa e al lavoro. Intanto il potere dei sistemi digitali cresce più rapidamente della capacità democratica di governarlo e molte fragilità quotidiane rischiano l’invisibilità: anziani soli, giovani senza futuro stabile, famiglie segnate dalla precarietà, lavoratori poveri, persone escluse dall’accesso all’abitazione.
Di fronte a questo scenario le Acli non possono accontentarsi di amministrare ciò che già esiste. Sono chiamate a tornare alla radice della propria missione: formare coscienze, promuovere partecipazione, organizzare solidarietà e costruire rappresentanza. Il corso dei dirigenti provinciali e dei circoli del 19 e 20 settembre sarà prezioso proprio se ci aiuterà a collegare la visione generale alle scelte territoriali, la lettura del tempo all’azione sociale quotidiana.
Per riuscirci dobbiamo anzitutto uscire da un equivoco che ha segnato una stagione. Il cosiddetto «primato della società civile» è stato talvolta interpretato come opposizione tra una società naturalmente buona e una politica irrimediabilmente cattiva. Si è pensato che bastasse sostituire classi dirigenti inadeguate con persone provenienti dal volontariato o dall’associazionismo. Ma nessun ambiente è buono per definizione: anche il sociale può frammentarsi, chiudersi nella difesa corporativa, smarrire la solidarietà e diventare terreno di paura verso chi è diverso.
Le Acli non esistono per occupare una terra di mezzo tra società e politica, ma per rendere politicamente feconda la vita sociale. Essere «palestra di formazione sociale e politica» significa allenare persone capaci di comprendere, scegliere, cooperare e assumere responsabilità. Significa restituire dignità alla politica come cura della città e ricerca del bene comune.
Anche la partecipazione va liberata dalla retorica. Non coincide con l’essere informati dopo che le decisioni sono state prese, né con l’essere convocati quando occorrono volontari. Partecipare significa poter leggere i problemi, concorrere a definire le priorità, decidere, assumere un compito e verificare i risultati. La disaffezione non nasce solo dal disinteresse: spesso deriva dalla sensazione che la propria voce non produca conseguenze, dalla precarietà che sottrae tempo e da luoghi associativi percepiti come già occupati.
Per questo dobbiamo trasformare anche il nostro modo di stare nei circoli. Non basta chiedere ai giovani di partecipare: occorre affidare loro questioni vere e margini reali di scelta. Non basta accogliere chi vive una difficoltà: bisogna evitare che rimanga soltanto destinatario di un servizio e riconoscerlo come portatore di esperienza e parola. La partecipazione è un processo di ascolto, interpretazione, deliberazione, azione e verifica.
In questo cammino il lavoro torna a essere centrale. Non per nostalgia, ma perché continua a essere il luogo in cui si incontrano dignità, reddito, tempo, tecnologia, relazioni e futuro. Oggi però il lavoro è disperso tra stabilità e precarietà, piattaforme e fabbriche, autonomia apparente e dipendenza reale, professionalità qualificate e lavoro di cura invisibile. Questa frammentazione indebolisce la rappresentanza e trasforma facilmente l’insicurezza in risentimento.
Ricomporre il lavoro significa tornare nei luoghi in cui esso cambia, costruire alleanze con il sindacato senza sostituirvisi, offrire spazi di incontro tra condizioni differenti, interrogare l’intelligenza artificiale non soltanto in termini di produttività ma di qualità e libertà del lavoro. Significa collegare transizione ecologica e giustizia sociale. I grandi avanzamenti non sono mai nati dalla somma di rivendicazioni individuali: sono maturati quando esperienze condivise hanno trovato parole, organizzazione e progetto.
Pace e lavoro, inoltre, non sono due capitoli separati. La pace è un criterio con cui giudicare l’economia, l’educazione, le relazioni e la politica. Quando la forza diventa la misura dei rapporti internazionali, finisce per contaminare anche quelli sociali. Costruire pace nei territori significa allora educare al conflitto nonviolento, creare occasioni di incontro, rendere visibili i legami tra scelte globali e vita locale, interrogare l’uso del risparmio e delle risorse, contrastare i linguaggi che disumanizzano, promuovere una cultura della giustizia sociale. La sicurezza autentica non può essere soltanto militare: comprende lavoro, salute, ambiente, diritti e istituzioni credibili.
L’invito di papa Leone XIV a «custodire l’umano», richiamato dal presidente Maurizio Drezzadore nel suo editoriale di luglio, dà unità a tutto questo. La Dottrina sociale della Chiesa impedisce alla fede di ritirarsi nell’intimità: l’annuncio cristiano incontra la condizione reale delle persone, le forme dell’economia e la qualità delle istituzioni. Siamo affidati gli uni agli altri. Perciò la prossimità non può fermarsi al sollievo di un bisogno, ma deve chiedersi quale ferita sociale lo produca, quale diritto non sia riconosciuto e quale comunità possa farsene carico.
È qui che servizi e associazione possono ritrovare una feconda reciprocità. Patronato, Caf e le altre esperienze del sistema incontrano ogni giorno pensioni insufficienti, lavoro intermittente, povertà energetica, famiglie migranti e difficoltà abitative. Nel rispetto dei ruoli e delle persone, questa conoscenza deve diventare capacità di lettura, iniziativa pubblica e proposta. Il servizio incontra il bisogno; l’associazione collega i bisogni, attiva la comunità e costruisce risposte collettive.
La coerenza tra visione progettuale e azione territoriale è dunque decisiva. Una visione senza azione diventa retorica; un’azione senza visione rincorre le emergenze. La dimensione provinciale può aiutare i circoli a leggere il territorio, individuare priorità e costruire alleanze. I circoli restituiscono alla provincia la concretezza dei quartieri, dei paesi, delle parrocchie, dei luoghi di lavoro e delle persone.
Ci attendono almeno cinque conversioni: dai destinatari ai protagonisti; dagli eventi ai processi; dai bisogni isolati alle cause comuni; dall’autosufficienza alle alleanze; dalla conservazione alla generatività. La domanda non è soltanto come mantenere aperte le strutture che abbiamo, ma quale vita nuova possa nascere dalla nostra presenza. Il buon dirigente non concentra tutto su di sé: fa crescere altre responsabilità.
La formazione di Cesuna può essere l’opportunità di riprendere con rinnovato slancio questo cammino. Se le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce delle persone di oggi – dei poveri soprattutto – diventeranno davvero nostre, la partecipazione non sarà una tecnica e il cambiamento non sarà uno slogan. Saranno il modo concreto con cui le Acli di Padova custodiscono l’umano, costruiscono pace e rendono credibile il Vangelo nella storia.
Il 19 e 20 settembre 2026, presso Casa Zeleghe di Cesuna di Roana (Via Armistizio 268), si tengono due giornate di formazione dirigenti riservate ai soci Acli: un appuntamento centrale per promuovere la crescita del gruppo dirigente, provinciale e di circolo, in un tempo complesso segnato da sfide tecnologiche, nuovi scenari globali e tensioni internazionali.
L’iniziativa vuole rafforzare una visione comune che coniughi la coerenza dell’azione sociale sul territorio con una prospettiva progettuale ad ampio raggio.
Il programma vedrà l’intervento di autorevoli relatori come il prof. Gianluca Toschi (UniPd e Fondazione Nord Est), don Luca Facco (vicario episcopale), Sandro Dal Piano (direttore comunicazione Fondazione Enaip Veneto I.S. e responsabile comunicazione Acli Padova), Pierangelo Milesi (vicepresidente nazionale Acli) e don Marco Galletti (accompagnatore spirituale Acli Padova), con l’introduzione e le conclusioni a cura del Presidente provinciale Maurizio Drezzadore.
Le Acli si confermano così palestra educativa e presidio di democrazia, capaci di promuovere la partecipazione attiva per costruire un reale cambiamento sociale e una cultura di pace.