Fatti
“Potrebbe succedere di tutto perché Trump ha perso la guerra. Probabilmente la Repubblica islamica non solo sopravviverà all’impero americano ma uscirà da questa guerra vittoriosa nonostante migliaia di morti e feriti, danni alle infrastrutture e al patrimonio storico”. Risponde così, in maniera perentoria, Farian Sabahi, professoressa associata di Storia contemporanea all’Università dell’Insubria e visiting senior fellow, alla London School of Economics, alla domanda sulle prospettive che si possono aprire dopo il fallimento delle trattative Stati Uniti e Iran a Islamabad. I colloqui sono durati appena 21 ore ma si sono arenati perché – osserva subito la docente iraniana – “c’è tanta, troppa diffidenza. Gli americani hanno memoria della crisi degli ostaggi dopo la rivoluzione iraniana del 1979, e gli iraniani del colpo di stato della CIA – nel 1953 – contro il premier iraniano Mossadeq che due anni prima aveva osato nazionalizzare il petrolio. E poi, il presidente statunitense Donald Trump non ha mandato in Pakistan una squadra di veri diplomatici, ma il suo vice JD Vance che agli iraniani ha dato un ultimatum che gli iraniani non hanno ovviamente accettato.
Stretto di Hormuz. Quanto questa guerra è politica e quanto commerciale?
È una guerra politica e commerciale, ma non bisogna sottovalutare la dimensione strettamente militare.
Ed è proprio nel Golfo persico che si gioca la partita: nel tratto normalmente percorso dalle petroliere e dalle navi cargo i pasdaran hanno disseminato le mine navali. Si tratta di armi a basso costo, molto facili da lanciare e difficili da recuperare. Galleggiano a pelo d’acqua, possono ancorarsi sul fondo, oppure fluttuare in sospensione tra le onde. Pronte a esplodere in qualsiasi momento. Possono impedire la navigazione di quel tratto di mare per anni, con conseguenze disastrose per l’economia globale. Disseminando un tratto dello stretto di Hormuz di mine navali, i pasdaran hanno spostato il passaggio delle imbarcazioni più a nord, nelle acque territoriali iraniane. E non più in quelle omanite.
E mentre i “grandi” muovono le “grandi” pedine…la popolazione come sta? Cosa la preoccupa di più da questo punto di vista del fallimento dei negoziati?
In Iran, come a Gaza e come in Libano, morti e feriti sono migliaia. In Iran sono 130mila gli edifici residenziali distrutti. Oltre 130 i siti storici distrutti o danneggiati. Quello che mi preoccupa di più è l’assuefazione dell’opinione pubblica occidentale a queste immagini apocalittiche, di morte e distruzione, causate dalla follia di Trump e Netanyahu.
Ha notizie da Teheran?
Internet non funziona in Iran dal 28 febbraio, ovvero dall’inizio dell’aggressione israeliana e statunitense. Da Teheran ho solo ricevuto messaggi da un operatore economico nel settore energia, che evidentemente ha accesso a Starlink. Riesco ad avere notizie di mio zio e dei cugini soltanto attraverso altri parenti negli Stati Uniti, che ricevono telefonate saltuarie attraverso le linee fisse.
Continuano gli arresti e le impiccagioni…non è cambiato nulla…
La guerra ha permesso al regime di spegnere ogni forma di dissenso.
Di pari passo, l’aggressione israeliana e statunitense ha compattato buona parte della popolazione iraniana, ha messo fuori gioco le voci del dissenso all’interno del Paese e ha neutralizzato la diaspora, in particolare l’erede al trono Reza Pahlavi. Colpevole di avere chiesto a Trump e a Netanyahu di bombardare l’Iran, nei giorni scorsi quest’ultimo ha affermato il contrario ma sui social girano video di scherno con le sue affermazioni contraddittorie.
Cosa succederà ora? Quali sono i suoi timori e le sue speranze?
Potrebbe succedere di tutto perché Trump ha perso la guerra.
Probabilmente la Repubblica islamica non solo sopravviverà all’impero americano ma uscirà da questa guerra vittoriosa nonostante migliaia di morti e feriti, danni alle infrastrutture e al patrimonio storico. Rispetto al periodo antecedente il 28 febbraio, ora la leadership di Teheran controlla lo stretto di Hormuz e impone un pedaggio che dovrà essere pagato in rial (la valuta iraniana). Dal punto di vista militare, i pasdaran sono riusciti a mandare a monte l’incursione dei marines nei pressi della centrale nucleare di Isfahan. In questo contesto, non bisogna escludere che Trump decida di utilizzare l’atomica sull’Iran, come hanno osservato diversi analisti tra cui Daniel Plesch della School of Oriental and African Studies di Londra, esperto di armi di distruzione di massa. Mi auguro vi sia qualcuno, nel suo entourage, in grado di fermarlo.