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Il Consiglio regionale del Veneto ha approvato mercoledì 2 settembre la legge sul suicidio medicalmente assistito. All’indomani del voto, il vescovo di Padova mons. Claudio Cipolla affida a una riflessione il suo sguardo su ciò che accade accanto al letto di chi soffre.
«Nell’orto degli ulivi Gesù non chiede ai suoi discepoli di essere risparmiato. Chiede una cosa più piccola e insieme più difficile: di restare svegli accanto a lui. È la domanda che sale – quasi sempre inespressa – dal letto di chi soffre o sta per morire. Non chiede anzitutto spiegazioni, né protocolli, né soluzioni: chiede che qualcuno rimanga».
Parte da questa richiesta – stare accanto, rimanere, esserci – semplice, ma basilare, la riflessione del vescovo, di fronte alla quale rimane forte la necessità e l’urgenza di continuare a proporre un pensiero serio e costante per sollecitare le coscienze e le comunità – ma anche la politica – a un’attenzione all’umano che ponga sempre al centro la persona e la possibilità nei casi più estremi di un accompagnamento amorevole e dignitoso che porta il nome della cura e nello specifico delle cure palliative. Consapevoli che può esserci divergenza fra ciò che prevede una legge e ciò che prevede la morale cristiana.
«Accompagnare l’ultimo tratto di una vita – prosegue infatti il vescovo – significa prendere sul serio questa richiesta. Non è un compito residuale, ciò che resta da fare quando la medicina ha esaurito le sue possibilità. È una delle forme più alte della carità cristiana, perché tocca il punto in cui la persona è più esposta: quando non produce nulla, non decide quasi più niente, dipende in tutto dagli altri. Qui si gioca una questione di fede prima ancora che di etica. Viviamo un tempo in cui si misura silenziosamente il valore di ciascuno sulla base delle sue prestazioni; nella Magnifica humanitas papa Leone XIV indica come particolarmente insidiosa proprio l’idea che una persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore (n. 51). La malattia inguaribile sembra la smentita di tutto questo. E invece la dignità non dipende dalle capacità che si possiedono, dal ruolo che si ricopre, dalle scelte riuscite o sbagliate che si sono compiute: la precede e la eccede, perché è dono di Dio. Nessun fallimento, nessuna umiliazione, nemmeno quella della dipendenza totale, può intaccarla (n. 53). Ne viene una conseguenza pastorale precisa. Edificare nel bene, scrive il papa, significa “accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere” (n. 12). La fragilità non è un guasto da cancellare il prima possibile: è la condizione in cui la vita si rivela per quello che è sempre stata, affidata. Curare, allora, non è rimuovere il limite, ma custodire chi lo porta: con la terapia del dolore, con le cure palliative, con la fedeltà nascosta di chi assiste in casa un familiare, giorno dopo giorno, senza che nessuno lo veda. Siamo creati a immagine di un Dio che è comunione, e nessuno si salva da solo. Per questo il morire non è mai una faccenda privata, di libertà, di scelte personali: riguarda la famiglia, gli amici, la comunità cristiana e civile. La visita a un malato, il silenzio accanto ad un letto, una mano tenuta, la Parola letta a voce bassa, l’unzione degli infermi e il viatico non sono gesti accessori: sono il modo in cui il Signore continua a farsi prossimo. Una comunità è chiamata a conoscere i suoi malati molto prima del giorno del funerale. Cristo non ci ha risparmiato la morte: l’ha abitata. E sotto la croce Maria non ha detto nulla, stava. Il verbo della fede, in queste ore, non è fare, ma restare. Accompagnare qualcuno a vivere fino in fondo, con dignità, significa dirgli – più con la presenza che con le parole – che la sua vita è ancora attesa: da noi e da Dio».