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Fondo per la non autosufficienza in Veneto. Risposte più individuali
Il fondo per la non autosufficienza in Veneto è di 830 milioni. Il nuovo budget di salute potrebbe creare progetti personalizzati e più aderenti
IdeeIl fondo per la non autosufficienza in Veneto è di 830 milioni. Il nuovo budget di salute potrebbe creare progetti personalizzati e più aderenti
Il ruolo principale nel rispondere alle esigenze delle persone con disabilità e delle loro famiglie non può che essere del servizio pubblico. E protagonista è la Regione Veneto che interviene attraverso l’Unità operativa non autosufficienza con fondi distribuiti in due filoni principali, quello per le persone anziane e quello delle persone con disabilità. Con il rischio di considerare non autosufficienti tutti gli over 65 (il cui numero in Veneto è in significativo aumento), anche quelli che sono in grado di vivere in modo autonomo e di disperdere risorse che comunque restano limitate. «L’approccio che abbiamo come Regione e come Ulss – spiega Maria Chiara Corti, direttrice dei Servizi socio sanitari dell’Ulss 6 – parte dalla consapevolezza che la disabilità rappresenta una condizione che viene definita dal bisogno e sappiamo che i numeri delle persone che hanno delle necessità variano moltissimo in base a parametri predefiniti. Se prendessimo come unico indicatore l’età, il 25 per cento della popolazione veneta sarebbe considerata non autosufficiente. Se invece consideriamo altri parametri (mangiare autonomamente, spostarsi dal letto alla poltrona da soli, tenersi puliti…), allora riduciamo il campo di intervento e siamo più efficaci. In Veneto gli anziani ultra 65enni non autosufficienti sono circa il 18 per cento della popolazione di quell’età; le persone con disabilità sono invece circa il 4 per cento della popolazione. Definiti i parametri su cui ci si è accordato, diventa fondamentale decidere come investire le risorse. Il Fondo per la non autosufficienza che alimenta gli interventi ammonta a 830 milioni in Veneto, circa il 10 per cento del bilancio regionale».
Con queste risorse, la Regione sostiene le spese per le residenze nelle case di riposo o in strutture residenziali per persone con disabilità, l’accesso ai centri diurni per attività occupazionali, l’importante fronte della domiciliarità. «Con la modalità dell’impegnativa di cura domiciliare – sottolinea la direttrice Corti – si danno risorse alle famiglie, complessivamente 25 milioni, per aiutarle a garantire uno dei diritti fondamentali, quello di vivere a casa propria evitando l’istituzionalizzazione. La maggior parte delle risorse viene assorbita dalle forme tradizionali di assistenza (contributi per le case di riposo e l’assistenza domiciliare), ma sono attivi anche progetti innovativi a sostegno di percorsi di vita indipendente e a sostegno dell’autonomia, per esempio per l’abitare supportato e l’avvio del “dopo di noi” per persone giovani-adulte con disabilità che possono iniziare il distacco parziale dalla famiglia. Oggi sono 11 mila le persone seguite in 277 strutture e sono 11 mila progettualità costruite sul singolo». Nuovi bisogni chiedono nuove risposte. «Sta esplodendo il desiderio di un approccio nuovo alla disabilità in età giovanile e le famiglie chiedono forme diverse di assistenza. Siamo chiamati, insieme al terzo settore, a trovare risposte non classiche, a ideare progetti di assistenza che vadano verso una crescente autonomia, dal punto di vista lavorativo e abitativo. Una strada nuova è quella del budget di salute, per far confluire tutti i benefici che una persona può avere da enti diversi (Regione, Inps, Comune, altri) in un progetto profilato sulle esigenze specifiche della singola persona».
Buone possibilità si aprono con la Missione 5 del Pnrr dedicata all’inclusione sociale che prevede una linea di intervento per la disabilità con finanziamenti dedicati a progetti per la residenzialità innovativa, sviluppo della domotica, inserimento lavorativo, telelavoro, da realizzarsi entro il 2025.