Chiesa
C’è un volto che attraversa i secoli senza perdere forza. Lo si ritrova nelle icone medievali come nei manifesti ecologisti, nei documenti papali come nelle canzoni pop. Francesco d’Assisi è forse l’unico santo capace di parlare a credenti e non credenti con la stessa immediatezza. Ma questa familiarità nasconde una storia più complessa, fatta di riscritture, appropriazioni, usi politici. È la storia che il volume “Pensare Francesco” (Il Mulino), curato da Valerio De Cesaris, Daniele Menozzi, Andrea Possieri e Adriano Roccucci, ricostruisce con rigore, restituendo profondità a un’icona che rischiava di diventare scontata.
Il progetto nasce dal Centro universitario cattolico della Cei e si colloca nel cuore dell’VIII centenario della morte del Poverello. Leone XIV ha voluto che il 2026 fosse proclamato Anno di San Francesco, con indulgenza plenaria per quanti visiteranno chiese e luoghi francescani. Ma accanto alle celebrazioni, il volume invita a un esercizio diverso: un’indagine critica su come l’età contemporanea ha letto e trasformato la figura dell’Assisiate. Tre i nuclei tematici: storia, memoria, uso politico.
La “questione francescana”, esplosa a fine Ottocento con la biografia di Paul Sabatier, ha segnato uno dei cantieri più rilevanti della storiografia moderna. Non solo per le dispute filologiche sulle fonti agiografiche, ma per ciò che ha rivelato sul mestiere dello storico: la tensione tra restituzione del passato e condizionamenti soggettivi, la distanza tra il Francesco della storia e il Francesco del mito.
Ma accanto alla storia c’è la memoria, quella sedimentazione pubblica che prescinde dagli studi accademici. Leone XIII nel 1882 dedicò un’enciclica al settimo centenario della nascita: era la prima volta che il papato usava questo strumento per commemorare un santo. Da allora, ogni pontefice ha legato anniversari francescani a documenti programmatici, fino alla Laudato si’. La memoria non è mai neutrale: chi la costruisce orienta il presente e progetta il futuro.
E poi c’è l’uso politico. Il volume documenta come Francesco sia stato arruolato sotto bandiere diverse: socialista, democratico-cristiano, patriota, persino nazionalista. D’Annunzio ne fece un simbolo di virtù militari. Il fascismo tentò di fascistizzarlo. Pio XII lo proclamò patrono d’Italia nel 1939, provando a contrastare l’ingresso in guerra. Ogni appropriazione rivela i bisogni di chi la compie.
Eppure, come nota André Vauchez, Francesco conserva una “forza di contemporaneità” che pochi santi possiedono. Lo si riconosce artigiano di pace, pioniere del dialogo interreligioso, profeta di un’ecologia integrale. Il Cantico di Frate Sole non celebra la natura, ma la creazione: rimanda ogni creatura a un disegno che richiede rispetto e custodia.
Il libro mostra come ogni generazione abbia cercato in Francesco risposte alle proprie inquietudini, proiettando sul santo medievale domande che lui non si era posto. È il meccanismo della memoria collettiva, che seleziona e attualizza. In questo Anno francescano, il volume invita a distinguere tra ciò che Francesco fu davvero e ciò che abbiamo voluto che fosse. È un esercizio di onestà che riguarda chiunque si richiami a quella figura per ispirare scelte personali o collettive.
Francesco resta lì, con la sua proposta radicale di sequela evangelica, la sua fraternità estesa a tutte le creature. Un uomo del XIII secolo che continua a porre domande al XXI. È in questo specchio, più che nelle celebrazioni, che si misura la vitalità di un’eredità.