Fatti
Un fiume può raccontare la trasformazione di un territorio? Lo fa attraverso la memoria di chi è nato e cresciuto lungo le sue rive, quando i tuffi dei bambini accompagnavano il corso della corrente in cui si pescavano tinche e barbi. Il fiume allora faceva parte della vita quotidiana ma oggi quel racconto si è interrotto. Al posto dell’acqua limpida scorre un rivolo scuro e oleoso, carico di sostanze che hanno cancellato la biodiversità. Un fiume trasformato in sacrificio ambientale per sostenere lo sviluppo, in particolar modo quello del distretto conciario della Valle del Chiampo. Si tratta del Fratta-Gorzone, considerato uno dei fiumi più inquinati d’Italia. Da anni il suo stato è compromesso, e ciò soprattutto a causa del collettore Arica, un vero e proprio tubo che raccoglie gli scarichi in uscita da cinque depuratori (su cui convergono gli scarichi del distretto conciario) e li riversa nel fiume all’altezza di Cologna Veneta, dove il carico inquinante viene diluito con acqua prelevata dall’Adige. Questo vettore di sostanze inquinanti (tra cui i Pfas) è un nodo critico per le comunità a valle, soprattutto in considerazione dell’uso irriguo del fiume Fratta a favore dell’agricoltura. In questo quadro si inserisce l’annuncio della Regione Veneto, che ha deciso di finanziare il prolungamento del collettore di alcuni chilometri, presentandolo come un passo decisivo per migliorare la qualità delle acque. Ma mentre si stanziano risorse pubbliche ingenti, 10 milioni di euro, e si rivendica un impegno istituzionale, ambientalisti e comitati pongono una domanda: si sta risanando il Fratta, o si sta ancora una volta spostando l’inquinamento più a valle, senza intervenire sulle cause che lo compromettono?
Una domanda a cui sembra difficile rispondere dato che il progetto non è ancora stato presentato, nemmeno al Consorzio di Bonifica Leb: «Il progetto non l’ho visto e quindi non posso dire se è quello che si aspettavano o meno i cittadini – spiega il presidente Paolo Ferraresso – Dobbiamo valutarlo per capire dove incide, ma ogni azione che va a risanare è sempre positiva. Se produrrà effetti importanti, come quelli di abbassare il grado degli inquinanti, sarà un traguardo per tutti».
Per Piergiorgio Boscagin di Legambiente e presidente del Circolo Perla Blu di Cologna Veneta, invece, «parlare di “passaggio decisivo per il risanamento” è prematuro. Non si elimina infatti la fonte dell’inquinamento: la si sposta in un altro territorio, già gravemente compromesso da elevate concentrazioni di inquinanti. Si rischia di trasferire l’impatto ambientale sulle comunità rivierasche e sulle attività produttive dei territori più a valle, senza modificare l’apporto complessivo di sostanze nocive nel corso d’acqua». Per Boscagin si tratta di un miglioramento per Cologna Veneta, che potrà tirare un sospiro di sollievo, ma non di una soluzione strutturale.
Per lo scrittore e attivista Alessandro Tasinato, che ha raccontato le vicende del Fratta-Gorzone nel libro Il Fiume sono io, prolungare il collettore non comporta alcun beneficio: «L’obiettivo di risanare il fiume era stato sancito nel Duemila dalla Direttiva quadro sulle acque. Tuttavia il suo perseguimento è stato affidato negli anni a un sistema sempre più tecnocratico costituito da addirittura 31 soggetti, tra i quali figurano, oltre alle istituzioni, anche i rappresentanti dello stesso distretto conciario. Bisogna tornare con la memoria al 1988, quando tale tecnocrazia ancora non esisteva ed era netta la distinzione tra inquinatori e inquinati. Quell’anno il progetto del collettore bussava alle porte di Cologna Veneta, e la popolazione che fece? Scese in piazza a protestare. Se oggi nessuno protesta, se nessuno si scandalizza di fronte alle affermazioni che spacciano il mero prolungamento del collettore come un’opera che “concorre al miglioramento ambientale”, se pure gli agricoltori stanno in silenzio, significa che la tecnocrazia sta parlando agli interlocutori perfetti: quelli che lei stessa ha creato. Anestetizzati nella propria capacità di ragionare, incapaci di riconoscersi “vittime” dell’inquinamento, rassicurati da una politica che ha cancellato il contraddittorio e ogni sua logica risoluzione».
38 miliardi di euro annui: è la produttività del distretto conciario di Chiampo-Arzignano, cioè 1,5 per cento del Pil;
10 milioni di euro: la somma stanziata per l’intervento di risanamento dalla Regione;
90 mila metri cubi al giorno: i reflui del distretto della concia;
1985 La Regione Veneto progetta il Collettore Arica, che raccoglie le acque refluedepurate degli impianti di Trissino, Arzignano, Montecchio Maggiore, Montebello Vicentino e Lonigo per bypassare la zona di ricarica della falda acquifera degli acquedotti ad Almisano;
1988 Proteste di piazza a Cologna Veneta.
2000 Attivazione del primo tronco del Collettore da Trissino a Lonigo. I sindaci di Zimella, Cologna e Pressana presentano ricorso al Tar contro l’entrata in funzione.
2007 Completamento del Collettore Arica sino a Cologna Veneta.
20 gennaio 2026
La Regione Veneto delibera il prolungamento del Collettore di 3,5 chilometri.