Dalle colonne di questa rubrica mensile ho sempre cercato di fornire una visione delle questioni geopolitiche a partire dal Sud del mondo. Sembrerà strano che questo mese la visione venga catapultata fin fuori dall’atmosfera. In realtà, è bene notare che la nostra geografia debba ormai tener conto non solo della Terra, ma anche dello spazio. Senza accorgercene, noi dipendiamo sempre più dai dati forniti da satelliti. Questo è vero non solo per aziende, lo è anche per la vita quotidiana. Quante volte al giorno consultiamo Google Maps o applicazioni simili?
La geolocalizzazione è usata per trovare un percorso, per sapere dove si trova un automezzo o una persona, per gestire una flotta di navi, ecc. Oltre agli usi militari – il Gps è nato per questo – vi sono centinaia di usi civili e umanitari. I satelliti che girano sopra le nostre teste sono in grado di fornire dati fondamentali per lo studio del clima, la localizzazione di risorse naturali, la gestione di complessi agricoli e industriali. Si tratta di una rete importante, e ora sotto attacco.
Sono due gli eventi accaduti di recente che sono emersi in pubblico. Nel settembre 2025, l’aereo che trasportava la presidente della Commissione Ue Von der Leyen ebbe seri problemi ad atterrare in Bulgaria a causa di una interferenza al sistema Gps. Lo scorso dicembre, tutta l’area di Nanchino, una metropoli cinese, è stata vittima di una attacco elettromagnetico che ha bloccato i segnali sia del Gps (statunitense) che Beidou (sistema cinese). In ambedue i casi si è trattato di una interferenza intenzionale, non di guasti alla rete.
Il sistema Gps è nato come applicazione militare, poi aperto all’uso da parte di civili. Lo stesso per il sistema cinese, Beidou, sempre più usato in Asia anche grazie alla proliferazione di apparati elettronici che ne privilegiano l’utilizzo. Di minore importanza il sistema sovietico, Glonass, e quello europeo, Galileo. Quest’ultimo ha capacità superiori ai suoi rivali, ma rimane il fanalino di coda visto che le strutture militari e commerciali continuano a privilegiare il Gps. Eppure l’agenzia spaziale europea (Esa) gestisce una struttura di satelliti estremamente sofisticati e in grado di fornire dati importanti per il monitoraggio delle risorse naturali e dell’ambiente. È il caso del programma Copernicus, i cui dati sono gratuiti e accessibili a chiunque. È anche il caso del programma Iris, che permetterà di gestire il flusso di dati e comunicazioni telefoniche con satelliti in orbita bassa. Questi due programmi potrebbero essere usati anche dai Paesi più poveri e incapaci di una struttura satellitare propria. Il potenziale è enorme, pensiamo anche solo alla possibilità di gestire vaste aree boschive, agricole o minerarie senza il bisogno di avere personale sul posto o usare costose strutture di comunicazione. Per non parlare delle applicazioni nel campo della medicina. Con un collegamento satellitare a basso costo, un medico specializzato potrebbe essere consultato anche da centri sanitari di frontiera, migliorando le possibilità di intervento in casi complicati senza dover sobbarcarsi viaggi lunghi, costosi e potenzialmente pericolosi per un malato.
Lo sviluppo di queste architetture satellitari potrebbe essere di grande aiuto allo sviluppo dei Paesi più poveri, un vero sostegno alla crescita dei popoli. Per ora assistiamo invece a scelte politiche mirate a non perdere la supremazia tecnologica o il controllo militare dei segnali satellitari. Questo è un approccio miope. Che succederebbe se un Paese europeo volesse usare un proprio sistema d’arma che però si basa sui segnali di satelliti statunitensi? Basterebbe un cambiamento nei codici da parte dell’esercito americano – che controlla il sistema Gps – per rendere inutile qualsiasi sistema d’arma. Forse sarebbe meglio usare la nostra tecnologia per lo sviluppo.