Chiesa
“Questo, forse, è l’unico posto al mondo dove arabi e israeliani, russi e ucraini pregano insieme”: così padre Piotr Zelazko ha descritto il Vicariato di San Giacomo per i cattolici di lingua ebraica ai vescovi europei e nordamericani dell’Holy Land Coordination (Hlc), venuti ieri in visita di solidarietà nella sede del Vicariato, nel centro di Gerusalemme. Padre Zelazko, dall’agosto del 2021 vicario patriarcale, ruolo ricoperto in passato anche dall’attuale patriarca latino, card. Pierbattista Pizzaballa, si occupa della cura pastorale delle 7 comunità (Kehillot) che lo compongono: tra queste Gerusalemme, Tel Aviv, Haifa, Beer Sheva, Nazaret. L’impegno dei sacerdoti e dei fedeli del Vicariato si esprime, ha spiegato il vicario, principalmente nel servizio pastorale e catechetico ai figli di migranti e richiedenti asilo di lingua ebraica sparsi in tutto il Paese. Il Vicariato, attraverso l’opera di tanti volontari, organizza per loro incontri, campi estivi, laboratori, feste e ritiri.
Nutrire la fede. “Sono molto fiero – ha detto padre Zelazko – di avere al nostro interno queste comunità russofone, ucraine e russe, che pregano insieme. Ad unirci è la fede in Gesù”. L’impegno del Vicariato San Giacomo, ha aggiunto, si svolge nel campo della trasmissione della fede: “Costituire una minoranza cattolica all’interno di una società a maggioranza ebraica è una nuova esperienza nella storia della Chiesa. La nostra missione è nutrire la fede di queste piccole comunità, in particolare i bambini e i giovani, che vivono e sono integrati nella società israeliana di lingua ebraica”. Non meno importante è “il servizio ai poveri e la testimonianza della giustizia e della pace. Quest’ultima non può esser slegata dai valori del perdono e della riconciliazione in un contesto di violenza e di guerra come il nostro”.
Dopo il 7 ottobre. A riguardo, padre Zelazko si è soffermato ad analizzare come è cambiata la società israeliana a oltre due anni dal 7 ottobre 2023 e come questa “tragedia di massa” abbia impattato la vita dei fedeli del Vicariato: “Si percepisce una grande mancanza di fiducia. Subito dopo l’attacco terroristico di Hamas non abbiamo più visto arabi girare per Gerusalemme, anche qui nella nostra strada. Erano ed eravamo tutti spaventati. Poi lentamente abbiamo cominciato a rielaborare cosa era accaduto e la prima reazione, almeno per me, è stata rabbia derivata dalla paura. Ho partecipato a tanti funerali delle vittime dell’attacco perché tra i nostri fedeli ci sono amici e conoscenti delle famiglie colpite, ma il fatto di essere un prete cattolico – ha raccontato – non ti rende automaticamente libero da quei sentimenti di rabbia e vendetta”. Ma poi il tempo e la preghiera “ti rimettono in piedi: non esiste un interruttore da premere per spegnere determinati sentimenti negativi, ma con la preghiera prendi la forza di tornare a parlare di amore e riconciliazione. E lo stesso è avvenuto nelle nostre comunità”.
La stessa sofferenza. Un passaggio che ha permesso ai fedeli di espressione ebraica, inseriti nella società israeliana, di prendere coscienza che “non tutti a Gaza vogliono ucciderti. Che in quel lembo di terra ci sono anche bambini, donne, famiglie, persone innocenti che vengono uccise. Persone, esseri umani, che hanno un volto e un nome. La nostra sofferenza è la stessa di queste persone, il dolore non ha nazionalità o bandiera. Quindi, se odiamo come odiano i terroristi, faremo il loro gioco e questa sarà la loro vittoria. Dobbiamo sforzarci a guardarci come esseri umani. Come cristiani – ha ribadito padre Zelazko – dobbiamo restare uniti per testimoniare al mondo che la pace è possibile. Ecco cosa è cambiato dopo il 7 ottobre: siamo diventati persone che hanno bisogno di lavorare sodo sui propri sentimenti, per non diventare coloro che odiano gli altri”. “Il nostro patriarca, il card. Pizzaballa – ha sottolineato il vicario – ci incoraggia su questa strada e ci esorta a creare le condizioni di incontro e di dialogo. La pace è più forte della guerra e della vendetta. Sappiamo che le nostre comunità ebreofone sono una esigua minoranza, poche centinaia di fedeli in tutto, ma nella Chiesa non contano i numeri. Così, quando arabi e israeliani, russi e ucraini pregano insieme nelle nostre Kehillot, è lì che nasce la pace nel nome di Gesù”. La visita dei vescovi Hlc è terminata con la messa celebrata nella cappella del Vicariato e presieduta da mons. Nicolas Hudson, moderatore dell’Hlc e vescovo di Plymouth.