Idee
Può esistere un “gioco responsabile” quando parliamo di gioco d’azzardo? O è pericoloso parlare di “gioco responsabile” quando ci riferiamo a un comportamento che può condurre ad una dipendenza che produce, molto spesso, conseguenze disastrose a livello personale e familiare? Ne parliamo con Daniela Capitanucci, psicologa psicoterapeuta, Grande Ufficiale dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana (Omri) e presidente di And – Azzardo e Nuove Dipendenze Aps, e Fabio Pellerano, educatore professionale, esperto nel trattamento del disturbo da gioco d’azzardo e saggista.
Cosa implica il concetto di “gioco responsabile” quando parliamo d’azzardo?
Mentre in Spagna scrivono una legge per mandare in soffitta il generico invito a giocare responsabilmente, sostituendolo con messaggi molto più espliciti e severi riguardanti i rischi reali della dipendenza,
da noi personaggi noti del mondo dello spettacolo e dello sport continuano a raccomandarci di usare la testa, dimostrandoci abili, e di giocare d’azzardo in maniera responsabile, dando tacitamente dell’irresponsabile e del non abile a chi perde il controllo davanti alle scommesse sportive, alle slot machine o ai Gratta e Vinci.
Un gruppo di persone, non proprio sparuto, che proprio non riesce a stare nei limiti, a cui viene appioppata qualsiasi conseguenza. Della serie: non è il prodotto il problema, sei tu che non riesci a gestirlo. Questa triste narrazione, dalla diffusione purtroppo elevata, ha scaricato sull’individuo qualsiasi forma di responsabilità del complesso ecosistema commerciale del prodotto gioco d’azzardo.
Qual è la vostra esperienza sul campo?
Nel corso della nostra attività professionale dunque abbiamo incontrato una moltitudine di persone “‘non’ responsabili”, stando a questa narrazione; eppure lavorano, hanno una famiglia e cercano di vivere una vita dignitosa. Alcuni proprio non si capacitano di come l’azzardo li abbia trasformati. Non un cambiamento veloce, ma un lento scivolamento verso uno stato di totale disinteresse per tutto, a parte il gioco d’azzardo.
Vogliamo dire che queste persone sono sempre state irresponsabili, oppure l’incontro con l’azzardo ha favorito questo cambiamento? Possiamo dire che come sono “disegnati” e progettati i giochi d’azzardo possa aver fatto la differenza?
Parlare di “gioco responsabile” nel caso di gioco d’azzardo ha delle ricadute concrete?
Il paradigma prescelto per inquadrare questa attività è determinante per la lettura del fenomeno e per le politiche messe in campo.
Nel caso del modello del “gioco responsabile” il focus è sugli individui che giocano d’azzardo, in particolare sui cosiddetti “giocatori problematici”, con una proposta di auto-regolamentazione del comportamento individuale che dovrebbe limitare i danni creati da questa attività.
Il modello adottato è quello della malattia, l’enfasi principale verte sulla libertà di scelta delle persone, sulla sovranità del consumatore e sul principio del “caveat emptor”, esortazione latina che si rivolge al compratore, il quale non può avvalersi della garanzia per i vizi occulti della cosa acquistata se al momento del contratto conosceva tali vizi o, comunque, se essi erano agevolmente conoscibili da una persona di media diligenza. È lui che deve essere disciplinato nel consumare! Per chi sviluppa una dipendenza, gli interventi in quest’ottica prevedono trattamenti a livello individuale o di gruppo, con alcuni programmi educativi. Gli sforzi e le risorse sono canalizzati e massimizzati nel trattamento e un po’ nell’educazione e nel marketing sociale. Gli interventi caratteristici tipici di questo approccio sono l’educazione, il marketing sociale, la cartellonistica, l’invio a trattamenti terapeutici, i codici di condotta e le opzioni di autoesclusione volontaria.
La letteratura scientifica però evidenzia come gli strumenti di “gioco responsabile” abbiano un livello di efficacia evidence-based modesto o scarso.
Chiara invece l’efficacia della terapia cognitivo-comportamentale per il trattamento e alcune altre terapie, ma che hanno un elevato tasso di abbandono.
Possiamo adoperare un altro paradigma per spiegare il fenomeno?
Sì. È riduttivo restringere la responsabilità solo agli individui che giocano: se davvero si vuole contenere l’impatto nocivo di questa attività, la responsabilità quantomeno va estesa anche allo Stato, che emette le norme per regolarlo e deve vigilare che non vengano aggirate, e all’industria, che le deve applicare fedelmente nell’ottica di attenuare le conseguenze negative che produce (le cosiddette esternalità negative), anche a scapito dei suoi profitti.
L’ambito diventa la regolamentazione dei sistemi, dei prodotti e dell’ambiente in cui le persone vivono. In questo modello la malattia, a partire dalla sua eziologia e dalle cause che la generano, è legata ai determinanti commerciali, sociali, legali, politici e ambientali della salute, e non solo alle caratteristiche o alla responsabilità del giocatore: l’enfasi principale del modello legato alla salute pubblica si concentra quindi sulla promozione di comunità libere da merci nocive e sulla regolamentazione nell’ottica della tutela dei consumatori. L’idea di fondo è quella di creare società “salutogeniche”, limitando i fattori di rischio e massimizzando i fattori che favoriscono benessere e buona qualità di vita.
Che tipo di interventi richiede il paradigma legato alla salute pubblica?
La gamma di interventi si concentra sui determinanti a monte dei danni e include anche sforzi a metà e a valle.
Le risorse sono investite nel trattamento, ma anche nella prevenzione dei danni, nell’intervento precoce e della minimizzazione del rischio.
I principali interventi quindi riguardano anche limitare l’accessibilità e la disponibilità dei prodotti, i prezzi (ove applicabile), l’attenzione alle caratteristiche strutturali del prodotto, l’impegno preventivo nella limitazione del denaro speso e la limitazione o il divieto di marketing e pubblicità. Cioè, interventi che incidono andando oltre il giocatore, abbracciando anche l’ambito più ampio della collettività. In altre parole, oltre agli interventi educativi e riabilitativi, si prevedono interventi di prevenzione strutturale finalizzati a rendere meno rischioso il contesto di vita ambientale delle persone. Infine,
a livello di efficacia evidence-based, questo approccio si è dimostrato ben sviluppato in aree analoghe (ad esempio, l’alcol e il tabacco), e sebbene richieda un adattamento per applicarlo ai danni del gioco d’azzardo e in letteratura emergano prove di interventi efficaci a livello di popolazione potrebbe essere promettente anche nell’ambito dell’azzardo.
Cosa occorre fare?
Non è necessaria un’evoluzione del concetto di “gioco responsabile” come alcuni propongono, ma serve con urgenza un radicale cambio di paradigma che metta al centro la salute delle persone e serve che vengano attuate delle scelte politiche per limitare l’azzardo, piuttosto che normative finalizzate a massimizzarne i profitti per chi lo gestisce o per l’erario, nonostante i rilevanti danni collaterali a carico di tutta la collettività.
La salute prima del profitto.
Se questo cambio non avverrà nel nostro Paese, ogni anno, vedremo aumentare il volume di denaro giocato ed il numero di persone danneggiate dal gioco d’azzardo. In ultima analisi, a perderci sarà tutta la collettività.