Idee
8 marzo, Giornata internazionale della donna, più che Festa della donna. Da un certo punto di vista, vorrei tornare alla tenera ingenuità della me adolescente, felice di appuntarsi il rametto di mimosa tra i capelli e dell’attenzione riservata al mio genere, il cosiddetto gentil sesso, in quel giorno sentito come speciale. Purtroppo, con il passare degli anni, la ricorrenza per me è diventata sempre meno festa e sempre più uno dei pochi giorni dell’anno – insieme al 25 novembre – in cui le istanze che mi sono care vengono non dico rispettate, ma almeno sbeffeggiate meno del solito. L’8 marzo il coro di voci secondo le quali “i problemi sono ben altri”, o “il patriarcato non esiste più dal 1975”, o ancora “fattela una risata, ormai non vi si può più dire niente” non dico che taccia, ma almeno si contiene fino all’indomani: ventiquattr’ore di tregua in un panorama socioculturale che, una volta che lo sguardo impara a cogliere i tanti piccoli sessismi nei quali viviamo immersi, appare tuttora desolante.
Da una parte, è indubbio che sono stati fatti degli enormi passi in avanti per quanto riguarda la giurisprudenza: tutto ciò che è regolabile con leggi appare, almeno sulla carta, equo. Non sono ammesse, a livello legale, discriminazioni basate sul genere. In altre parole, le donne non hanno limitazioni rispetto ai settori in cui studiare, alle carriere che possono intraprendere, alle opportunità, in generale, che sulla carta sono identiche a quelle degli uomini. I fatti, però, raccontano qualcosa di molto diverso: esistono ancora iniquità salariali, esiste ed è ben documentato il fenomeno della leaky pipeline, del tubo che perde, quando si sale verso le posizioni apicali di organigrammi sia in ambito professionale sia in ambito accademico. Le donne studiano, lavorano, si muovono nel mondo, ma mediamente ottengono meno soddisfazioni di un parigrado di genere maschile.
Per rimanere alla cronaca, guardiamo l’elenco dei direttori artistici di Sanremo: tutti maschi (e storicamente solo cinque donne hanno avuto l’incarico di condurre il Festival da sole, non in co-conduzione). Poi, osserviamo la quantità di manel, ossia di panel esclusivamente maschili, che appaiono in ogni contesto: l’11 febbraio 2026 si è svolto un convegno intitolato “Libro, carta e penna. Il valore della lettura e della scrittura su carta nell’era dell’IA”, con relatori – dal ministro Valditara al presidente dell’Accademia della Crusca D’Achille – tutti maschi, e questa situazione non è certo eccezionale. Possibile che su un tema del genere non esistesse nemmeno una donna sufficientemente preparata da chiamare?
Su questa situazione pesano molti fattori, tra i quali conviene sicuramente nominare la convinzione ancora diffusa che le donne siano biologicamente più portate alla cura: della casa (lavoro non retribuito, e quindi economicamente irrilevante, come analizza Emma Holten in un bel libro intitolato Deficit, edizioni La Tartaruga, 2025), della prole e dei membri anziani della famiglia; il che vuol dire che le madri vengono penalizzate – o si autopenalizzano – in ambito professionale, perché si ritiene che il loro primo compito sia quello di fare le mamme, appunto. Questo lo pensano, a quanto pare, anche molte donne: ricordiamo un’uscita famosa della presidente del Consiglio Meloni che, sollecitata rispetto a una sua assenza, ha recentemente risposto di avere adempiuto a «ciò che considero il mio ruolo più bello e naturale: essere madre». Certo, un ruolo che lei ha modo di svolgere con particolare agio, dati gli aiuti che sicuramente riceve, aiuti che non sono purtroppo altrettanto disponibili per le donne “normali”.
Nello spazio che mi rimane vorrei accennare solo a due piccole spie linguistiche di quanto, ancora, ci sia da lavorare sul fronte socioculturale per cambiare l’andamento delle cose, al di là del giorno in cui ci ricordiamo di “festeggiare le donne”: il fatto che ancora oggi non è raro sentir chiamare “mammo” un padre che, semplicemente, fa il padre, e l’uso del verbo “aiutare” per definire un partner, normalmente di genere maschile, che contribuisce ai lavori domestici. Finché un padre verrà definito mammo, e finché un uomo in gamba continuerà ad aiutare in casa, non si uscirà dall’idea che la genitorialità sia per definizione femmina, come pure femminili i lavori domestici. Non sono semplici tic linguistici, ma dimostrazioni dell’esistenza di una mentalità molto diffusa, in maniera assolutamente trasversale ai generi.
Insomma, non bastano le leggi per cambiare una società: occorre lavorare sul cambio di mentalità, che passa anche dalle parole che usiamo nel nostro quotidiano. E in questo, l’alleanza con il mondo maschile è a mio avviso essenziale.