Chiesa
Nell’ambito della pastorale dei giovani ci si chiede come convincere ragazzi e ragazze a frequentare i riti religiosi, tanto che nei campiscuola la messa sembra una sorta di “post-it” appiccicato al termine delle attività compiute insieme. Eppure la liturgia che permette la percezione della presenza di Dio, in una società dominata dall’efficienza, restituisce la dimensione del dono gratuito, dell’incontro che trasforma. Romano Guardini, in Lo spirito della liturgia, riteneva che il rito cristiano fosse un “gioco serio”, ossia spazio in cui l’uomo sperimenta la libertà di stare davanti a Dio con gratuità e in relazione, non semplicemente per dottrina o dovere. I giovani hanno un’acuta sensibilità su questo tema, il rito può essere occasione di relazione, non soltanto di acquisizioni dottrinali o per assolvere doveri morali.
Il tempo postmoderno non ha perso la sua esigenza di spiritualità e in assenza di una buona pratica liturgica i giovani ricorrono a yoga o pratiche di benessere psicofisico che rappresentano nuove vie di ricerca interiore. La liturgia potrebbe quindi cogliere questo desiderio, mostrandosi come il vero afflato spirituale della Chiesa.
I giovani sono fortemente sensibili all’ambiente, secondo il linguaggio visivo e uditivo. Per tale motivo è essenziale una particolare cura per il rito. L’ars celebrandi non è un semplice vezzo; è la risorsa spirituale per scoprire la profondità del rito, che intreccia la vita di Cristo con il cammino dell’uomo. A chi celebra è richiesta la saggezza di poter adeguare i linguaggi del rito alle condizioni dell’assemblea che celebra, conducendo anche i giovani all’esperienza del mistero. “Liturgia e giovani” non è tanto, allora, un problema da risolvere, quanto un invito a rinnovare la fiducia nel tesoro più caro alla Chiesa.