Fatti
Il Comune di Padova ha ottenuto l’accreditamento dal Ministero della giustizia per l’istituzione del Centro di giustizia riparativa. L’incarico è stato affidato tramite convenzione, all’ente attuatore cooperativa La Ginestra, iscritta nell’elenco dei servizi idonei mappati dal Ministero, e tenuto dalla Conferenza locale per la giustizia riparativa. Con questo atto, un servizio attivo sul territorio dal 2018 compie un passaggio decisivo: da esperienza del Terzo settore a servizio pubblico garantito, di cui il Comune è titolare a tutti gli effetti. Non si tratta quindi di un progetto, ma di un servizio pubblico, che rientra tra i Lep, i Livelli essenziali delle prestazioni previsti dalla riforma Cartabia. «Il titolare del servizio di giustizia riparativa è il Comune di Padova – spiega Giulia Baldissera, coordinatrice area penale e mediatrice penale de La Ginestra – Il Centro dev’essere sempre disponibile per chiunque venga inviato dall’autorità giudiziaria».
Già nel 2021 si era sottoscritto un protocollo con l’Ufficio di esecuzione penale esterna di Padova, anticipando in parte l’impianto normativo che la riforma avrebbe consolidato l’anno successivo. «Il punto di partenza è sempre un atto formale dell’autorità giudiziaria che invia le parti al Centro territorialmente competente. Solo dopo la conclusione del procedimento penale e la conclusione dell’esecuzione della pena, le persone possono rivolgersi direttamente al Centro» spiega Baldissera. Una volta ricevuto l’atto formale, i mediatori, che lavorano sempre in coppia, avviano i colloqui preliminari separati con ciascuna delle parti. Si esplorano i vissuti legati al fatto di reato, si verifica la volontarietà di partecipazione, si valuta se esistono le condizioni per procedere. Se le condizioni sono soddisfatte, si sceglie insieme alle parti il programma più adeguato: mediazione diretta tra persona indicata come autore dell’offesa e vittima, mediazione con vittima aspecifica, o dialogo riparativo.
Un ruolo decisivo spetta proprio al mediatore come filtro di protezione: «Se percepiamo uno squilibrio di potere o un rischio che l’incontro possa creare vittimizzazione secondaria, non procediamo», precisa Baldissera. I mediatori conducono questi colloqui senza giudizio, con equiprossimità: «Chiediamo riconoscimento e responsabilità verso il disvalore e le conseguenze emotive e fattuali derivanti dalla frattura generata dal fatto di reato – aggiunge Baldissera –Riconoscere emotivamente cosa ha significato e prodotto quell’atto». Questo passaggio è il cuore trasformativo del programma. E non riguarda soltanto il rapporto tra autore e vittima: si allarga alla società intera in quanto lesa da ogni fatto di reato, un’ottica di giustizia complementare e non sostitutiva a quella tradizionale. Un elemento spesso frainteso riguarda il ruolo delle vittime. «Le vittime hanno una partecipazione attiva nei programmi, nell’esito riparativo, infatti, entrambe le parti ne decidono attivamente e volontariamente il contenuto. E, dalla nostra esperienza, sono spesso le stesse vittime dei reati più gravi a richiedere il bisogno di riconoscimento, ascolto e risposte che il processo penale, da solo, non riesce a dare».
Il Centro di Padova si avvale di sei mediatori penali iscritti nell’apposito elenco ministeriale, che operano come un’equipe multidisciplinare. I background professionali diversi permettono di affidare ogni caso ai mediatori con le attitudini più adatte a quella specifica situazione. Non esistono preclusioni per tipologia di reato, con l’unica eccezione del regime previsto dall’articolo 41-bis dell’ordinamento penitenziario. I numeri testimoniano una domanda in crescita: nel 2024 il Centro ha gestito circa 60 programmi, coinvolgendo all’incirca un centinaio persone tra vittime e autori di reato. Nel 2025, in una fase di transizione normativa che ha rallentato gli invii, i programmi attivati sono stati 27. Da fine febbraio 2026, con il formale accreditamento ministeriale del Comune di Padova come titolare del servizio, sono già stati avviati dieci nuovi programmi, per almeno una ventina di persone coinvolte nel solo mese di marzo. «Un avvio che segnala, al di là delle categorie giuridiche, una domanda reale: quella di trovare uno spazio in cui essere ascoltati e riconosciuti, e in cui le conseguenze umane del reato possano essere, almeno in parte, trasformate insieme» conclude la coordinatrice Baldissera.
Per giustizia riparativa si intende un approccio che consiste nel considerare il reato principalmente in termini di danno alle persone. Da ciò consegue l’obbligo, per l’autore del reato, di rimediare alle conseguenze lesive della sua condotta giuridica. Il percorso promuove il riconoscimento della vittima, la responsabilizzazione della persona indicata come autore dell’offesa e la ricostruzione dei legami sociali incrinati dal fatto di reato. La giustizia riparativa è stata introdotta in Italia dal decreto legislativo 10 ottobre 2022, numero 150, la cosiddetta Riforma Cartabia.